Per scongiurare l’eurocrac, della Grecia e del continente, non sarà sufficiente solo avere un governo stabile in Grecia. Ma servirà anche competenza e franchezza, i due fattori che fino a questo momento sono stati i veri latitanti, e non solo sotto l’Acropoli. Perché chiunque sarà premier dovrà rinunciare alla rinegoziazione del memorandum della troika, quello che concede liquidità a un paese in apnea (l’erario ha disponibilità in cassa fino al 30 luglio) in cambio di una manovra lacrime e sangue. Sia perché Angela Merkel lo ha escluso, sia perché non vi sarebbe il tempo materiale per aprire un nuovo negoziato.

La giornata decisiva potrebbe essere giovedì, quando in occasione della riunione dell’eurogruppo si definirà (o meno) l’erogazione del resto della rata di maggio da un miliardo di euro. Ovvero quei denari che impedirebbero al paese di fermarsi: utili per pagare stipendi e pensioni, per saldare le forniture di garze e materiali sanitari ad ospedali che non ne hanno più (costretti a chiederli in prestito ad altri nosocomi), per pagare gli arretrati a farmacisti che attendono 70 milioni. Oltre a bollette pubbliche di luce, gas e acqua. Sarà quello il confine tra l’Ade di un paese e la continuazione di una vita normale per i cittadini greci. Ma solo se ci fosse un governo, che si dice potrebbe nascere oggi (in queste ore si stanno svolgendo vertici, ufficiali e non).

Tralasciando per un momento gli aspetti prettamente politici, il nuovo esecutivo greco dovrebbe accettare in toto il memorandum, in quanto comunque non ci sarebbe abbastanza tempo poi per negoziare con la troika quel piano, ballano infatti 25 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche. Pena le casse dello stato vuote. I dati sono contenuti in un dossier già sistemato sulla scrivania di chi sarà il nuovo ministro dell’economia, che avrà da risolvere un problema non da poco. Denaro pubblico da un lato e secondo tempo della ricapitalizzazione delle banche dall’altro. Bruxelles e Washington hanno confermato che la Troika è pronta a tornare ad Atene con i propri emissari per certificare (ancora?) la situazione finanziaria. E concordare la base su cui discutere la prima revisione del nuovo programma di politica economica.

Fonti del ministero delle Finanze non escludono che il ministro uscente, Zanias, possa affiancare, se necessario, il nuovo ministro a Lussemburgo per il primo contatto con i loro omologhi. In ogni caso Zanias consegnerà al nuovo ministro un dossier (approntato già da un mese) destinato al Lussemburgo con numeri scioccanti. Ciò che la politica greca non dice ai cittadini, dunque, è ciò che accadrà un attimo dopo della nascita dell’esecutivo: le promesse fatte agli elettori di rinegoziazione del piano non potranno essere mantenute da nessuno dei partiti che sosterranno il governo di unità nazionale in Grecia. Perché, proprio per evitare che il paese resti senza soldi e in virtù dei tempi stretti, quel miliardo arriverà ad Atene entro il 30 luglio (assieme all’assicurazione degli altri 25) solo con il “sì” immutabile della Grecia al memorandum.

A ciò si aggiunga che il consiglio europeo di fine mese potrebbe disporre l’unificazione fiscale e dare il via libera agli eurobond. Ma nella consapevolezza che nessuno di questi (come di altri) provvedimenti risulterà decisivo se non vi sarà una rete infrastrutturale di regole e controlli incrociati di vigilanza europea, anche e soprattutto sulle banche. Quella che è mancata non soltanto ad Atene, ma anche a Bruxelles. Perché se così fosse, se si continuasse a navigare a vista, allora avrebbe ragione Paul Krugman che dalle colonne del New York Times ha detto: “Ora potranno portare avanti politiche fallimentari che non funzionano e Atene uscirà ugualmente dall’euro”.

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