Tempo di esami. Tempo di bilanci per la scuola. Ma quanto è critica la sua condizione? Parliamo di metodo. Siamo in Europa, usiamo una moneta comune, ma continuiamo a studiare solo la letteratura italiana. Viviamo in un mondo globalizzato e continuiamo a studiare la storia dal nostro punto di vista. Seguendo l’idealismo ottocentesco si studia la storia dell’arte, ma non l’arte; la storia della filosofia, ma non la filosofia. Una didattica basata su principi mnemonici, angusti, separati gli uni dagli altri, come se la conoscenza procedesse per compartimenti stagni. Ignorando, come ha ben spiegato Edgar Morin, in che modo è fatto il nostro cervello, che procede per collegamenti trasversali, intuizioni, connessioni, sinapsi, logiche sfuggenti, emozioni.

L’insegnamento dovrebbe rispettare questa modalità, magari incentivarla. Invece spesso è castrante: spegne la creatività, ottunde il pensiero, oscura la fantasia; sublima in direzione di un’intelligenza passiva, abitudinaria. È vero che il compito di una certa scuola, quella ottocentesca e quella fascista, era proprio inteso a formare cittadini inquadrati, pronti a servire al lavoro come in guerra, dove il pensiero era una qualità scomoda, ma insistere nel XXI secolo è francamente troppo! Anzi, anacronistico. Riforme e circolari non ne hanno intaccato la struttura di fondo. Così, mentre la società avanza, cambia, genera e assimila mutamenti radicali nei comportamenti come nella cultura, la scuola resta indietro. Ferma nelle sue certezze inutili.

Fa operazione di retroguardia, salutata dai più come mantenimento di una tradizione altrimenti destinata all’oblio. Il che suonerebbe giusto, se vivificata nel confronto col nuovo e l’attuale. L’assurda separatezza tra le nozioni impartite e le nozioni necessarie genera noia. In chi studia e in chi insegna.

Perché non c’è di peggio, per chi svolge un lavoro, che percepire l’inutilità di ciò che fa. L’insegnante di oggi ha rinunciato al suo mandato. Se ancora ci crede, è destinato a disilludersi presto. È (o sarà) demotivato e stanco. Sa che del suo impegno resterà poco o niente; nessuna traccia nelle giovani menti indirizzate altrove. Nessun rispetto, nessuna gratitudine. Neanche dai genitori. Può legittimamente sperare in una bonaria accettazione. Sopportato con impazienza, finché la scuola non finisce, con un sospiro di sollievo.

Oggi il lavoro dell’insegnante è ingrato. Ha perduto il riconoscimento sociale, ha perduto autorevolezza. Di conseguenza è sottopagato. Ma, nell’opinione co­mune, è pagato anche troppo, rispetto alle ore di lavoro settimanali e alle va­canze estive. La sua funzione istituzionale ridotta a far da guardiano della classe; a impedire risse, incidenti, fughe, aggressioni, delle cui conseguenze penali può essere chiamato a rispondere. La sua funzione si avvicina sempre più a quella del non-docente, anche nell’abbigliamento, nelle espressioni verbali, nella ge­stualità.

Precarietà e incertezza hanno fatto il resto. Un’attività assistenziale, retribuita con gli stessi parametri dell’assistenziali­smo pubblico. Non c’è da stupirsi se nelle città più ricche manchino gli insegnanti. Se i laureati più preparati preferiscano inseguire altri progetti professionali. Se l’insegnamento sia visto come l’ultima spiaggia, su cui abbandonarsi dopo aver provato di tutto.

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