Ieri sera ho visto, nell’ambito della rassegna cinematografica “Open Roads: New Italian Cinema 2012”, il film di Daniele Vicari “Diaz: don’t clean up this blood”.

Per tutta la giornata avevo fatto “il pari e il dispari” con me stessa per decidere se andare o no. Andare e farsi venire il mal di stomaco o non andare e dirsi “tanto cosa e’ successo lo so bene”. Ma voltare la testa dall’altro lato non è una cosa che mi appartiene. Quasi mai.

Verso la fine del film, quel singhiozzo che mi si era formato dentro da almeno un’ora, si è sciolto senza ritegno. Ho pianto di dolore e di vergogna, di rabbia e di desolazione, di frustrazione e di tenerezza.
Ciò che è accaduto quella notte alla Diaz racconta di un paese in balia di sé stesso da molto prima di oggi. E di un popolo, noi, spesso volutamente “distratto” e propenso a voltarsi altrove per non vedere.

Il film è potente. Come la realtà che racconta. Di una potenza che annichilisce. Come annichilisce il fatto che nessuno dei responsabili (dichiarati colpevoli) sia stato mai, nemmeno sospeso dal proprio lavoro. Uomini e donne, infangando il senso istituzionale di una divisa, si sono macchiati, con indifferenza, di atti cosi degradanti e amorali che richiederebbero punizioni esemplari.

Bisognerebbe che nessuno si voltasse dall’altra parte e che tutti andassero a vedere il film e si facessero delle domande e pretendessero delle risposte.

Tornando a casa, a piedi, da sola, pensavo alla ragazza tedesca torturata, picchiata e umiliata sessualmente dai poliziotti (e poliziotte); mi sono chiesta quando sia riuscita a riprendersi il suo sorriso.
E con il pensiero le ho chiesto scusa per quello che il mio paese, con la sua indifferenza, le ha fatto.

Ho guardato l’orologio, era mezzanotte. Era il mio compleanno anche a New York e mi sono detta che, in fondo, mi ero fatta uno splendido regalo andando a vedere il film perchè non bisogna mai voltarsi dall’altra parte anche se ti fa un gran male.