Una calma carica di tensione si respira a Tripoli, nel nord del Libano, dopo che nel finesettimana almeno 15 persone sono rimaste uccise negli scontri tra gruppi armati alawiti e sunniti. L’epicentro delle sparatorie sono stati i quartieri Jabal Mohesn (alawita) e Bab al Tabbaneh (sunnita).

Ieri l’esercito libanese ha preso posizione al confine tra i due quartieri dove già nelle scorse settimane tra le fazioni armate c’erano stati scontri di minore intensità. La comunità alawita di Tripoli è considerata a favore del regime di Bashar Assad, alawita anche lui, mentre una parte dei sunniti libanesi – molto insofferente dell’influenza della Siria sul loro paese – è impegnata in un appoggio attivo ai ribelli siriani. Najib Makati, il primo ministro del paese dei cedri, ha avvisato che l’esercito ha ricevuto ordine di usare «il pugno di ferro» per impedire che altri scontri si verifichino.

Le autorità libanesi, come del resto la comunità internazionale, sono preoccupate che la crisi siriana possa “esondare” in Libano, facendo esplodere uno dei più fragili paesi arabi. Allarmi in questa direzione sono stati lanciati più volte sia dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon che dall’inviato speciale per la Siria di Onu e Lega Araba, Kofi Annan.
Il governo libanese, peraltro, non ha ancora preso in considerazione la possibilità di disarmare le fazioni, perché questo vorrebbe dire andare allo scontro frontale con Hezbollah, la cui leadership, pur in difficoltà per la crisi in Siria, non ha ancora reciso i legami con il regime di Damasco.

Ieri, intanto, nella capitale siriana il presidente Bashar Assad ha tenuto un discorso davanti al parlamento. «Dobbiamo affrontare una vera guerra organizzata dall’esterno da chi vuole distruggere il paese – ha detto Assad – Non ci piegheremo e dobbiamo combattere il terrorismo affinché il paese possa guarire. Le maschere sono cadute – ha detto ancora il presidente siriano in un discorso di aperta sfida a quei governi che ne chiedono la rimozione – ed è diventato chiaro il ruolo internazionale negli eventi siriani».

Secondo Assad, le elezioni di qualche settimana fa sono state il segnale evidente del fatto che il popolo siriano continua ad appoggiare il suo regime e si è schierato «contro i terroristi e i loro finanziatori». I «terroristi», ha ripetuto Assad, sono i responsabili anche del massacro di Hula (108 morti, di cui 49 bambini) e sono “terroristi” che «non sono interessati al dialogo o al processo di riforme politiche, che però andranno avanti».

Il discorso di Assad è stato accolto con freddezza dalla comunità internazionale. Kofi Annan appena un giorno prima aveva avvisato del rischio molto concreto che la Siria possa scivolare in una guerra civile a tutto campo. Una preoccupazione ribadita anche da Ban Ki Moon che ieri era in Arabia Saudita. Con gli scontri di Tripoli, però, il rischio di una ulteriore destabilizzazione estesa ad altri paesi dell’area è diventato improvvisamente molto più tangibile.

La situazione in Siria sarà al centro del summit di oggi tra Vladimir Putin e i vertici dell’Ue, a San Pietroburgo. E’ il primo incontro da quando Putin è tornato al Cremlino, dopo le ultime contestate elezioni. «Il ruolo della Russia è fondamentale per risolvere la crisi siriana», ha detto ieri Catherine Ashton, capo della diplomazia di Bruxelles dopo aver incontrato il ministro degli esteri di Mosca Sergei Lavrov. Finora però la Russia non si è mossa di molto dal suo sostegno ad Assad e non basterà un summit per fare cambiare idea a zar Vladimir.

di Joseph Zarlingo