La nazionalizzazione parziale di Bankia, che di fatto si traduce nel controllo dell’istituto bancario da parte dello Stato, compiuta dal governo del Partito Popolare, è una pietra miliare importante, e non l’ultima, nello sviluppo della grave crisi nella quale si trova il sistema bancario spagnolo.

La maniera nella quale è stato realizzato l’intervento è allo stesso tempo un riflesso delle contraddizioni interne al Pp, e della mancanza di professionalità dei suoi dirigenti. Un avvenimento tanto importante come la nazionalizzazione di un istituto sistemico (con capacità di mettere a rischio il sistema nel suo insieme), segnalata come tale dall’Fmi, è stata eseguita con improvvisazione, filtrazioni di indiscrezioni e ripensamenti. Le contraddizioni del Pp si possono riassumere così: “I conti non tornano”. I salvataggi, questo e i prossimi, spazzano via le più ottimistiche previsioni sul compimento degli obiettivi di deficit pubblico. Le cifre che sono in gioco superano, in ordine di grandezza, i bestiali tagli annunciati e approvati. Per quanto si impegnino nel ripetere che tutto questo non costerà niente, i conti non tornano.

L’economia spagnola si trova in un circolo di contrazione di tale grandezza, che fa sembrare subito ridicola qualsiasi cifra stimata sul volume delle perdite degli istituti finanziari. Il volume di attivo che nelle banche non generano rendimenti, parzialmente o totalmente, continua a crescere, perché l’effetto contrattivo dei tagli si è manifestato soltanto allo stato iniziale. Come dire, la necessità delle previsioni e il riconoscimento delle perdite non bastano.

La crisi bancaria è nata dalla sintesi tra gli errori di gestione dei dirigenti bancari, e gli interessi mutui di arricchimento non sostenibile dei dirigenti stessi e degli “imprenditori tossici”, ma, successivamente, le cosiddette politiche di austerity hanno aggravato la crisi bancaria inziale rendendola irrisolvibile.

Non possiamo dimenticare che la politica di tagli brutali ha esarcebato la crisi economica, convertendola in grande recessione, il che ha amplificato ed esteso la crisi bancaria a tutto il settore. D’altra parte, la cosiddetta crisi del debito sovrano è stata la conseguenza della crisi economica, che ha provocato l’enorme crollo delle entrate fiscali, e il deterioramento di banche e casse di risparmio, dato che, come è successo, il governo ha finito per salvare le entità con problemi.

La crisi di Bankia

Nella crisi di Bankia confluiscono due casse di risparmio, Caja Madrid e Bancaja, ma nell’analisi possiamo aggiungere anche la Cam, la cui crisi è scoppiata prima. In tutto hanno accumultato un pauroso volume di crediti legati al business immobiliare. Queste tre casse sono state governate dal Pp nel periodo in cui montava la bolla immobiliare. Il portafoglio dei prestiti dei tre istituti ha inglobato una grande quantità di prestiti ai promotori immobiliari, con i quali i membri dei consigli di amministrazione avevano forti vincoli, o addirittura arrivavano a sedersi nei consigli come imprenditori indipendenti.

Le tre casse hanno preso grandi partecipazioni industriali, con l’obiettivo di far sedere nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende spagnole i presidenti e altri alti membri delle casse di risparmio. Il principale merito di Miguel Blesa, per 14 anni presidente di Caja Madrid, fu quello di essere amico di Aznar, nel caso di José Luis Oliva, il fatto di essere stato presidente della regione di Valenzia. Gli stipendi noti dei presidenti delle casse sono pari a quelli dei dirigenti delle banche private, nello stesso momento in cui anche gli stipendi dei consiglieri raggiungevano cifre scandalose. Il nucleo dirigente non poteva stare fuori dal periodo di vacche grasse, e, oltre alle retribuzioni e i fondi di pensione milionari, venivano premiati con posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate, molte delle quali condivise con promotori immobiliari. Così si sono preparate le condizioni ideali per la tormenta perfetta. Tutti gli implicati avevano interessi nel business, che si basava sull’aumentare il bilancio, generare benefici a breve termine, perché se la situazione fosse cambiata, già avrebbero avuto le clausole di protezione, sotto forma di fondi di pensione e uscita dall’istituto con compensi milionari.

Nazionalizzazione: socializzare le perdite e privatizzare i benefici

I governi di destra sono nemici del pubblico, salvo quando devono utilizzare le risorse pubbliche a favore degli interessi privati. Questo torna a ripetersi con la nazionalizzazione di Bankia e i sostegni pubblici già concessi, oltre a quelli futuri. Per quanto che il ministro Luis de Guindos ripeta che quello che sta facendo è un affare magnifico per i contribuenti, la cosa certa è che le terribili conseguenze della crisi e delle politiche dei tagli sono irreversibili.

Con la creazione delle “banche cattive” il governo ha aperto un’altra voragine di necessità di risorse pubbliche. Il problema elementare è che le casse di risparmio e le banche ha sofferto, e continueranno a soffrire, enormi perdite, e qualcuno deve farsi carico di questo. Bisogna riporre capitale negli istituti bancari o lasciarli crollare e, in entrambi i casi, le perdite si socializzano, perché il capitale viene soltanto dalle risorse pubbliche, che sia sotto forma di emissioni di debito pubblico, emissioni del Frob, o futuri salvataggi proveniente da Bruxelles, che si dovrà pagare (con gli interessi). Questi sono solo i costi diretti.

Quelli indiretti, in termini di stancamento e recessione economica per molti anni, sono incommensurabili.

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Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi