E’ toccato al neopresidente francese François Hollande rompere il tabù che finora era stato rigorosamente rispettato tanto dalla Nato, quanto dall’Unione europea. Il nuovo inquilino dell’Eliseo ieri ha evocato l’opzione militare per risolvere la crisi siriana  in stallo dopo 14 mesi di proteste e massacri, culminati con la strage di Hula, in cui sono morti decine di bambini. La reazione internazionale al massacro ha portato a far crescere l’isolamento della Siria con le espulsioni dei rappresentati diplomatici dalle capitali europee, dal Canada, dall’Australia e dagli Usa. Anche il Giappone, questa mattina, ha deciso di espellere l’ambasciatore siriano a Tokyo, unendosi a quei paesi, Italia compresa, che avevano adottato la stessa misura ieri.

Kofi Annan, inviato speciale di Onu e Lega Araba per la Siria, ha incontrato ieri a Damasco il presidente Bashar al Assad, in un colloquio a porte chiuse i cui dettagli non sono stati resi noti. Annan, tuttavia, ha commentato l’esito del colloquio davanti ai microfoni della stampa internazionale dicendo che la Siria «si trova a un punto di svolta». «Il popolo siriano non vuole un futuro di violenza e divisione», ha detto l’ex segretario generale dell’Onu, che più tardi, dovrebbe presentare al Consiglio di sicurezza una relazione sull’esito dell’incontro con Assad. L’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha invece diffuso il commento di Assad: «Il successo del piano di Kofi Annan dipende dalla fine degli atti di terrorismo, dall’appoggio che ricevono e dalla fine del traffico di armi».

Nel Palazzo di vetro il nuovo dibattito su una possibile risoluzione di condanna, sponsorizzata dagli Usa e dai paesi europei e occidentali, è influenzato dagli strascichi del massacro di Hula, il cui bilancio è arrivato a 108 vittime, di cui 49 bambini. Una relazione degli osservatori Onu che hanno potuto visitare il luogo della strage riporta che «la maggior parte delle vittime è stata uccisa a sangue freddo». Secondo il Commissariato Onu per i diritti umani, meno di venti delle oltre cento vittime sarebbero morte per i colpi dell’artiglieria che l’esercito regolare ha sparato contro la città, considerata una roccaforte dei combattenti del Free Syria Army. Vere e proprie esecuzioni, dunque, da attribuire, secondo le opposizioni siriane agli Shabiha, le milizie irregolari filogovernative che da qualche mese stanno facendo “il lavoro sporco” per conto del regime di Assad. Lo ha ripetuto anche uno dei comandanti della missione Onu, Herve Ladsous, in una conferenza stampa a Damasco: “Ci sono forti sospetti che gli al Shabiha siano coinvolti in questa tragedia – ha detto Ladsous – E la presenza di vittime causate dall’artiglieria induce a puntare il dito in direzione del governo che è l’unico ad avere questo tipo di armamento”.

Annan, che oggi sarà in Giordania e Libano, ha chiesto all’Onu “misure audaci”, da adottare “non domani, ma subito”. Rimane però da superare l’opposizione russa a qualsiasi iniziativa che possa implicare un intervento militare internazionale. L’agenzia di stampa Interfax, infatti, ha citato il viceministro degli esteri russo Gennady Gatilov che ha definito «prematura» questa opzione e ha annunciato che ancora una volta Mosca userà il potere di veto per bloccare eventuali risoluzioni del Consiglio. Solo la Russia quindi sembra mantenere la sua posizione di alleato della Siria o almeno era quello che succedeva ancora qualche giorno fa.

Nemmeno Mosca, tuttavia, può nascondere l’evidente fallimento del piano di pace di Kofi Annan, ufficialmente in vigore da metà aprile. Il piano avrebbe dovuto implicare un cessate il fuoco osservato sia dalle forze del regime che da quelle ribelli, nonché la liberazione dei prigionieri politici e la garanzia del diritto a libere manifestazioni. Nessuno di questi punti è stato rispettato, tanto che, secondo le opposizioni, anche durante la visita di Annan a Damasco gli scontri sono andati avanti. L’unico segnale di disponibilità da parte di Mosca è stata la richiesta di una “indagine imparziale guidata dall’Onu sul massacro di Hula”. Secondo il Dipartimento di stato di Washington, è un’occasione da cogliere, perché “non ci sono dubbi su quello che un’indagine Onu potrà effettivamente accertare”, ha detto la portavoce Victoria Nuland.

Nella notte intanto, dice l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’esercito è tornato a prendere posizione alla periferia di Damasco, in vari quartieri, tra cui Duma, al-Sayyeda Zeinab e al-Hajar al-Aswad. L’artiglieria inoltre ha continuato a colpire Homs e Hula, mentre secondo i Comitati di coordinamento locali, citati dall’emittente al-Arabiya, a Deir ez-Zor sono stati trovati i cadaveri di tredici persone, uccise con un colpo alla testa. Le vittime sarebbero operai della compagnia elettrica locale, che avrebbero iniziato uno sciopero per protestare contro i massacri compiuti dal regime. Il bilancio degli scontri nelle ultime ventiquattro ore, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, è di 98 morti, tra cui 61 civili, 28 soldati dell’esercito regolare e nove combattenti ribelli.

di Joseph Zarlingo