Gianni De Gennaro è assolto definitivamente da ogni responsabilità sul G8 di Genova. Ma solo in tribunale. La sentenza di Cassazione che annulla senza rinvio la sua condanna in appello per induzione alla falsa testimonianza scrive la parola fine sull’unico processo che lo ha coinvolto, con l’accusa di aver spinto l’ex questore di Genova Francesco Colucci a edulcorare la sua testimonianza al processo Diaz in modo da allontanare ogni ombra dall’allora capo della polizia, oggi fresco di nomina a sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo Monti. La storia, però, si fa (anche) fuori dalle aule di giustizia. Addosso a De Gennaro resta intatta la responsabilità politica, professionale, funzionale di dieci anni di muro di gomma su quei giorni drammatici del luglio 2001.

La sentenza che assolve De Gennaro (leggi il testo integrale) sottolinea la “inqualificabile violenza” dell’irruzione alla scuola di via Battisti, avvenuta la notte del 21 luglio 2001, dopo la fine del G8 e di tutte le manifestazioni di protesta previste, sulla base dell’ipotesi che quello fosse il “covo” dei black bloc protagonisti di due giorni di devastazioni. Non è che una conferma di quanto scritto nelle sentenze del processo Diaz, che ha visto 25 condanne in appello per agenti e dirigenti di polizia e ora attende un (ritardatario) verdetto di cassazione. La perquisizione alla Diaz fu condotta “non solo al di fuori di ogni regola e di ogni previsione normativa, ma anche di ogni principio di umanità e di rispetto delle persone”, si legge nella sentenza di primo grado del Tribunale di Genova, 10 febbraio 2009. Violenze del genere, aggiungono i giudici, “possono costituire quanto meno un indizio del carattere di ‘rappresaglia‘ dell’operazione”. Che presuppone, da parte degli agenti, “la consapevolezza di agire in accordo con i loro superiori, che comunque non li avrebbero denunciati” (tutte le sentenze sul G8 di Genova e i verbali delle udienze sono consultabili sul sito ProcessiG8). Risultati del tutto simili sono stati raggiunti dal processo sulle violenze di Bolzaneto, mentre migliaia di fotogrammi girati i piazza durante le manifestazioni provano pestaggi indiscriminati, se non una vera e propria strategia della tensione di piazza.

Ecco allora i nodi ormai accertati dalle inchieste sui quali De Gennaro avrebbe potuto (dovuto) fornire spiegazioni fuori dai tribunali in questi dieci anni, e a maggior ragione dovrebbe farlo oggi, nella sua nuova veste politica di membro di un governo.

1) I depistaggi della polizia alla Diaz, dalle due molotov falsamente attribuite ai manifestanti alla versione fornita a caldo dal suo portavoce Roberto Sgalla, che parlò ai giornalisti di “ferite pregresse” delle vittime.

2) Il pestaggio del giornalista inglese Mark Covell, ridotto in fin di vita da ripetuti pestaggi in via Battisti, prima ancora che il blitz cominciasse. Tra le centinaia di poliziotti presenti, nessuno ha avuto la voglia o il coraggio di denunciare alla magistratura i colleghi autori di un tentato omicidio (così lo hanno qualificato i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini) completamente a freddo, al di fuori di ogni tensione di piazza.

3) L’arresto di 93 persone, di cui oltre 60 ferite, con l’accusa “di massa” di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, ce prevede pene fino a 15 anni di carcere. Saranno tutti prosciolti in blocco.

4) La scarsa collaborazione della polizia di Stato, se non il boicottaggio, alle indagini della magistratura genovese, dununciate più volte dal pm Zucca e registrate, anche queste, in sentenza.

5) La scena muta o reticante fatta durante le indagini e al processo dagli uomini di De Gennaro presenti alla Diaz, cioè la crema della polizia investigativa italiana: Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002), Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi. Nessuno di loro ha fornito la minima indicazione utile a identificare gli autori delle violenze, neppure di quelle più gravi. Tutti loro hanno continuato a fare carriera nella polizia comandata da Gianni De Gennaro.