Nella spirale di violenza in cui è precipitata la Siria, tra crimini contro l’umanità commessi dalle forze del presidente Assad (cui probabilmente dovrà essere addebitato anche l’ultimo di venerdì a Hula), il crescendo di violenza da parte dell’opposizione armata e gli attentati della cui responsabilità l’una parte accusa l’altra, la condanna a morte di Mohammed Abdelmawla al-Hariri, emessa il 23 maggio, può anche non essere considerata il fatto più grave. Ma fa impressione lo stesso.

I reati per i quali al-Hariri è stato condannato alla pena capitale sono quelli di “alto tradimento” e “contatti con elementi stranieri. Sarebbe colpevole di aver collaborato con la tv satellitare al-Jazeera – che il governo siriano accusa di essere al centro di un complotto per destabilizzare il paese – e di averle concesso una serie di interviste, l’ultima delle quali il 15 aprile, sulla situazione nella sua città natale, Dera’a, dove era iniziata la rivolta, 14 mesi fa.

Nelle cinque settimane trascorse tra l’arresto, risalente al 16 aprile, e il processo, al-Hariri sarebbe stato torturato brutalmente, al punto di rimanere semiparalizzato. Questo accanimento non è per niente raro, dato che Amnesty International ha i nomi di oltre 350 persone morte sotto tortura da marzo 2011 ad aprile 2012. Il campionario dei metodi di tortura praticati in Siria è terribile: chi vuole, legga qui. Non sono risparmiati neanche gli ospedali.

Secondo Reporter Sans Frontières, dall’inizio della rivolta in Siria i giornalisti uccisi sono 13, e oltre 30 quelli in carcere. Tra loro, Mazen Darwish, direttore del Centro per l’informazione e la libertà d’espressione di Damasco.

Il destino della rivolta sembra sempre più sfuggire dalle mani dei manifestanti pacifici che avevano portato il vento della primavera araba nelle città siriane: non più accompagnati dalla simpatia del mondo dell’informazione (che preferisce ricorrere alla rassicurante definizione di “guerra civile”); decimati dalla repressione, che prosegue persino sotto gli occhi degli osservatori delle Nazioni Unite, portata avanti dagli innumerevoli apparati di sicurezza e dalle forze armate di Assad, costantemente rifornite dalle armi russe; scarsamente e malamente rappresentati dall’opposizione in esilio, sono sempre meno.

Più probabilmente, quel destino si gioca all’esterno del paese: a Mosca, a Riad, a Doha, ad Ankara, a Washington, a Pechino e in altre capitali. 

E, perso un anno tra veti da un lato e minacce d’intervento militare dall’altro, ogni soluzione rischia di essere dolorosa e sanguinosa.

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