Questa volta non vedremo le pagliacciate a Porta a Porta, con i filmati delle cucine messe a disposizione dei terremotati stile pubblicità del Mercatone. E nemmeno “Burlesquoni” che scambia un assessore della Provincia di Trento per una convitata delle cene eleganti: “Posso palpare la signora?”.

È mattina presto e nello spettacolo disastroso delle macerie, almeno questo pensiero è confortante. Martedì 22 maggio, Finale Emilia: il premier Mario Monti arriva in visita alle zone del sisma che ha fatto sette morti e incalcolabili danni. A Sant’Agostino, dopo un incontro privato con i parenti delle vittime, sta per raggiungere la sua auto, infilata nella lunghissima colonna della scorta. Un gruppetto di cittadini imbufaliti lo contesta. “Vergogna, viva le banche, dacceli tu i soldi”.

Il presidente del consiglio guarda, passa, decisamente non si cura di loro. E dire che non avevano proprio l’aspetto di pericolosi sovversivi, solo l’aria stanca di chi dorme in auto da tre notti. Alla fine di tutto, Monti arriva al campo “Robinson” di Finale, un mare di erba e fango dove galleggiano le tende blu della Protezione civile. Parla con uno dei 7mila sfollati poi improvvisa una conferenza stampa. È qui che a un certo punto un’anziana intirizzita dal freddo e stretta in una liseuse grigia sistemata sulle spalle, esce da una tenda e si avvicina ai giornalisti. Con la ragione della saggezza, dice: “Guardate che lui dovrebbe parlare con noi, mica con voi. Siamo noi quelli con il problema”. Vicino a lei un’amica fa sì con la testa: “Va’ là, Maria, andiamo dentro che tanto non serve a niente aspettare”.

Allontanandosi dal gruppo di cronisti che assedia il premier si sentono, improvvisamente, molte voci. Come quella del signor Emilio, piccolo imprenditore agricolo, disperato per l’Imu che incombe sui fabbricati agricoli e che vuol parlare solo delle sue pere: “Lei lo sa che il raccolto del 2011 è stato un disastro? Un di-sas-trooo. Io i soldi non ce li ho”. Andrea, vent’anni, al telefono con un amico racconta la visita presidenziale in toni decisamente non lusinghieri.

Intanto Monti ha raggiunto prefetti, questori e generali sul piazzale. Riparte, non prima di essersi beccato del “contabile” da un giovane grillino, Vittorio. Poche ore dopo questa scena arrivano i primi provvedimenti del governo: il finanziamento di 50 milioni del Fondo nazionale per la Protezione Civile, il rinvio dell’Imu per le zone colpite. La popolazione che – parola di Monti – “ha una gran voglia di ripartire” vede un piccolo spiraglio. Cosa è mancato in questo agitato martedì? Solo la risposta a una domanda di umanità che si percepiva – come la paura e il freddo – passeggiando tra la gente. Il governo è tecnico, ma il paese è vivo e vive.

Succedono terremoti e attentati: per questo genere di emergenze non basta il pallottoliere dei professori chiamati a far quadrare i conti. Servono soldi e aiuti concreti agli sfollati d’Emilia, non c’è dubbio. Però una stretta di mano e un orecchio in ascolto sarebbero stati un piccolo conforto. Che, per usare un’espressione cara i ministri, non costava nulla. Era l’occasione per dimostrare che dentro la grande calcolatrice di Palazzo Chigi abitano esseri umani.

Il Fatto Quotidiano, 27 Maggio 2012