Piero Belletti è uno dei tre primi firmatari della richiesta di referendum caccia risalente al lontano 1987. Ho ritenuto opportuno ospitare un suo intervento dopo quanto accaduto ieri in sede di Consiglio regionale piemontese.

Quello che sta succedendo in questi giorni in Piemonte è indegno non solo di uno Stato democratico, ma addirittura di un Paese che si ritiene civile e ricorda l’aspetto peggiore delle dittature dei Paesi sudamericani o centroafricani.

Il Consiglio Regionale, su proposta dell’Assessore leghista Sacchetto (in pieno accordo con il Presidente Cota), ha infatti approvato un emendamento alla Legge Finanziaria, mediante il quale è stata abrogata la Legge Regionale sulla caccia. In questo modo sarà possibile cancellare il referendum del prossimo 3 giugno, visto che riguarda una legge non più in vigore. Referendum che, ricordiamo, era stato richiesto nel lontano 1987 da 60.000 elettori, ma che non si è mai potuto svolgere per la politica ostruzionistica adottata fino ad ora dalla Regione, indipendentemente dalla parte politica di appartenenza dei suoi vertici. Solo ad inizio dell’anno il Tar aveva imposto alla Regione l’indizione del referendum, a conclusione di una estenuante battaglia legale che si è trascinata attraverso ben 9 gradi di giudizio.

La gravità dell’atto della Regione è evidente. Pur di evitare un referendum e sotto l’ipocrita paravento del risparmio delle spese che questo avrebbe comportato, si calpestano in modo indegno i diritti della cittadinanza. Le discussioni sull’iniziativa sono infatti quasi sempre ruotate intorno ai costi della consultazione. O meglio, questa è l’informazione che, salvo qualche rara eccezione, è stata fornita dai media, come al solito molto più attenti alle dichiarazioni di chi detiene il potere che non a quelle di chi questo potere vorrebbe gestirlo in modo partecipativo e democratico. Così, la proposta del Comitato referendario di abbinare la consultazione alle elezioni amministrative che si tengono in questi giorni è passata sotto silenzio, così come la più ovvia delle soluzioni in grado di consentire un risparmio totale: il recepimento per legge dei quesiti referendari. Inoltre, con riferimento ai costi del referendum, diciamo che sarebbe stata una spesa (o, meglio, un investimento) e non certo uno spreco. Le iniziative che favoriscono la democrazia e la partecipazione diretta del popolo alla gestione dei beni comuni non possono essere semplicemente liquidate come “uno spreco”. Se così fosse, cosa dovremmo allora dire del finanziamento pubblico (scusate, rimborso elettorale…) che viene concesso ai partiti politici? Tra l’altro per importi ben superiori a quelli di cui si parla nel caso del referendum. Si dirà: perché i partiti sono uno strumento fondamentale nell’esercizio democratico. Già, e invece il referendum no? E addirittura, perché fare le elezioni? Anche loro sono uno “spreco”? Potremmo risolvere il problema della rappresentanza del popolo nelle istituzioni ad esempio con un sondaggio. Ci costerebbe molto di meno! Non si capisce poi perché le risorse necessarie per il referendum debbano sempre essere poste in alternativa alle spese per l’assistenza sociale. Sembra quasi che o si fa il referendum o si interviene a favore dei disoccupati, degli anziani, dei malati, ecc. Perché non si può invece dire che per il referendum vengono utilizzate risorse altrimenti destinate alle spese di rappresentanza della Regione, oppure ai viaggi all’estero dei consiglieri, oppure ancora al funzionamento dei Gruppi Consiliari? Per non parlare, ovviamente, dei compensi che vengono elargiti ai Consiglieri e al nutrito stuolo di loro collaboratori… Gli sprechi nella gestione delle risorse economiche da parte degli Enti Pubblici sono sotto gli occhi di tutti e, pare, assolutamente incontrollabili. Eppure qui va tutto bene: la causa dell’eventuale tracollo finanziario della Regione sarebbe il referendum…

 E poi non si capisce perché debba essere solo il Comitato promotore il referendum il responsabile della spesa. Il Comitato ha promosso un referendum, applicando e rispettando in modo rigoroso le leggi esistenti. Tutto ciò che è successo in seguito è una conseguenza automatica: dire che la spesa è colpa dei promotori è come accusare di omicidio chi denuncia un assassino, nei Paesi in cui vige la pena di morte!

Nemmeno una proposta di mediazione approvata recentemente dalla Terza Commissione del Consiglio pare verrà tenuta in considerazione. Sacchetto e i suoi non sono disposti a concedere nulla pur di compiacere a una frangia del tutto minoritaria della popolazione: ricordiamo che i cacciatori rappresentano solo lo 0,6% dei piemontesi.

Da rimarcare come il Comitato Promotore del referendum aveva dichiarato la propria disponibilità a trovare una soluzione “politica” alla vicenda, in grado di consentire il risparmio delle spese necessarie per indire la consultazione popolare. Ma la Giunta ha rifiutato ogni possibile dialogo ed ha proseguito imperterrita nella propria strada.

Abrogando la legge regionale, in Piemonte entrerà automaticamente in vigore quella nazionale, che però ne è molto più permissiva. Non solo quindi il popolo viene scippato del suo sacrosanto diritto di esprimere il proprio parere sulla caccia, ma addirittura si opera in modo diametralmente opposto a quella che è la richiesta referendaria. Insomma, un vero scandalo, che ci stupisce abbia scatenato le ire dei piccoli partiti di opposizione, ma non del PD, che anzi ha fornito sostegno e supporto alla maggioranza fino alla vigilia del colpo di mano di questi ultimi momenti.

Il Comitato del Referendum attiverà immediatamente i propri avvocati per chiedere il ripristino della legalità e denuncerà l’atteggiamento di quei consiglieri regionali che si sono dichiarati favorevoli all’aberrante e liberticida proposta di Sacchetto. Esistono dei diritti dei cittadini, riconosciuti anche dalla Costituzione: non possiamo permettere che vengano calpestati in modo così ignobile senza reagire. Anche perché oggi tocca al referendum sulla caccia, domani magari a qualche altra regola democratica.

Piero Belletti