Non sparate su Delio Rossi. L’ormai ex tecnico della Fiorentina ha sbagliato alla grande, questo è fuori discussione. Ma ciò che si è scatenato contro di lui in termini mediatici è troppo simile ai processi di stampa contro calciatori corrotti, dirigenti coinvolti nel calcio scommesse e nefandezze pallonare di tal specie. Ha sbagliato, Delio. Ma sbaglia anche e soprattutto chi cede alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio. “Il calcio ha perso la testa”, “è l’ultima mazzata dopo le ultime schifezze”, “è la fine di tutto”, “il campionato è impazzito”.

Esagerazione demagogica allo stato brado. Paragonare quanto successo a Firenze con la rissa di Udine e la farsa in salsa ultras di Genova è da miopi, perché alla base ci sono problemi e malcostumi diversi e – almeno nel caso di Genova – ben più gravi. Dire che l’aggressione di Rossi a Ljajic segna la fine della carriera del tecnico, invece, è cattiveria pura: nella sua lunga carriera, Delio Rossi è stato sempre apprezzato per la misurata educazione delle sue dichiarazioni e per non aver mai alimentato polemiche. Da uomo di calcio, ha solo parlato di calcio. Mai una macchia, mai un’uscita con toni incendiari. Un ottimo tecnico, un uomo educato.

Da ieri, però, quelli che lo incensavano lo stanno prendendo a calci: censori dalla memoria corta, pronti a trovare il prossimo capro espiatorio dall’alto della loro indignazione benpensante. Delio Rossi ha sbagliato e sta già iniziando a pagare: è stato esonerato dal suo club, è stato squalificato per tre mesi dal giudice sportivo, certamente ci saranno altri provvedimenti. Una carriera a rischio, eppure nessuno, ma proprio nessuno ha sottolineato che Delio Rossi, prima di essere un allenatore di calcio, è un uomo. E agli uomini capita di sbagliare. Chi ora grida all’alto tradimento, ha mai preso una cantonata, sbagliato un articolo, una dichiarazione, un calcio di rigore in vita sua? No? Possibile?

Quello del tecnico è stato un errore grave, certo; ma è più grave l’atteggiamento di chi persevera nelle reprimende. Se il calcio è malato, la colpa non è di Rossi; né l’aggressione a Ljajic è il sintomo di quanto accade nel sistema pallone. E’ semplicemente lo sbaglio di un uomo lasciato solo. A combattere contro la classifica in rosso, contro un ambiente ribollente di rabbia, contro un gruppo di calciatori viziati e strapagati, contro una società poco presente.

Rossi ha sostituito un giovane e spocchioso talentino serbo mentre la sua squadra, sotto di due gol al cospetto del Novara già retrocesso, rischiava di avvicinarsi di nuovo al baratro della B. Tensione. Il ragazzino, impettito, ha insultato l’allenatore prima di accomodarsi in panchina. Rabbia. Rossi ha perso la pazienza, non è riuscito a contenersi, lo ha picchiato. Errore clamoroso. Peraltro in diretta tv, con le immagini che hanno fatto il giro del mondo. Ha sbagliato Delio. Sta già pagando. E l’unico che potrebbe trarre insegnamento da quanto successo è proprio Ljajic, che forse non diventerà mai un campione, ma da ieri ha l’occasione di diventare uomo. Di imparare.

Chissà, invece, se il tecnico continuerà a insegnare calcio. Si sarà rivisto in tv, si sarà vergognato di quanto ha fatto. E si sarà anche commosso: tutto lo stadio lo ha applaudito. La gente di Firenze, infatti, ha scelto di stare dalla sua parte, ha capito la sua frustrazione, ha condannato la spocchia del talentino maleducato. I soloni in doppio petto no. Per loro, la condanna dell’errore è un riflesso incondizionato. Come il cane di Pavlov, sentono il rumore della polemica, prendono il guinzaglio e dissotterranno l’osso della loro indignazione. Al calcio non servono gli errori di Rossi. E neanche il buonismo in doppiopetto.