Sul Foglio di qualche giorno fa Giorgio Israel denunciava la deriva dell’Europa “forza gentile” come l’aveva definita Padoa-Schioppa e la sua trasformazione in una burocrazia succube del politicamente corretto. Israel esplorava in particolare il fallimento dell’unificazione culturale europea e descriveva come anche un potente strumento di integrazione come Erasmus, si sia trasformato negli anni da programma di studio in soggiorno di vacanza.

Giorgio Israel ha ragione quando lamenta la dispersione delle nostre ricchezze culturali nazionali nel tritatutto europeo senz’anima e senza carattere. Ha meno ragione quando ne attribuisce tutta la colpa all’Eurocrazia. Innanzitutto perché l’Eurocrazia è come la Padania: non esiste. Esiste la funzione pubblica europea, come esiste quella italiana, che fa funzionare le istituzioni europee cui i Trattati attribuiscono determinate competenze. La cosiddetta Eurocrazia non ha nessuna competenza in materia culturale, perché le è vietato dall’articolo 169 del trattato di Lisbona. Allora i colpevoli del fallimento della costruzione di una vera unità culturale europea dove i grandi scienziati e letterati delle nostre singole nazioni siano percepiti dall’opinione pubblica di tutti i nostri paesi come rappresentanti di un unico patrimonio culturale europeo non bisogna cercarli a Bruxelles, ma nelle nostre capitali.

Sono i governi nazionali che fin dall’inizio della costruzione europea hanno voluto escludere la cultura e l’istruzione dalle sue competenze. Bruxelles non può neppure formulare raccomandazioni in campo culturale e educativo, perché gli Stati hanno voluto conservare qui ogni prerogativa. Da sempre la Commissione europea denuncia i limiti del modello della lingua unica e mette in guardia la società europea contro le contraddizioni della diffusione indiscriminata dell’inglese. Molte università in questo dimostrano ben poca lungimiranza e accortezza, come le tante, anche italiane, che oggi impartiscono l’insegnamento in inglese anziché nella lingua nazionale. A Bruxelles invece si fa di tutto per promuovere un’Europa del multilinguismo e in questo campo, malgrado le limitazioni imposte, le istituzioni europee sono riuscite a sviluppare una vera e propria politica.

Lanciata durante il mandato del Commissario europeo Leonard Orban, e portata avanti ancora oggi, la strategia dell’UE mira a promuovere non qualsiasi lingua a caso e senza nessuna distinzione di importanza, come accusa Giorgio Israel, ma qualsiasi lingua che serva l’obiettivo dell’integrazione europea. Nell’impossibilità di definire una gerarchia delle lingue più importanti, per il divieto imposto dall’articolo 169, l’Europa ha trovato questa scappatoia che in una certa misura determina da sé una scala di priorità corrispondente alla realtà. Giorgio Israel lamenta poi la deriva di Erasmus, rimproverando il fatto che gli studenti non imparano più la lingua del paese in cui vanno a studiare. Ancora una volta si dimentica che Bruxelles non può imporre quest’obbligo nel programma, sempre per il famoso articolo 169. Ma del resto, non spetterebbe piuttosto alle università ospiti esigere dagli studenti in scambio un esame in lingua? Non rientra questo nel tanto decantato principio della sussidiarietà?

C’è poi una contraddizione nell’articolo di Giorgio Israel quando accusa lo strapotere dell’inglese ma al tempo stesso critica le spese a suo dire vertiginose che le istituzioni europee sostengono per la traduzione. Innanzitutto va ricordato che tutta la traduzione che si fa a Bruxelles costa a ogni cittadino europeo l’equivalente di due caffè all’anno: un’inezia. Ma soprattutto non bisogna mai dimenticare che se di costi si tratta, anche le elezioni costano. Per le istituzioni europee la traduzione è un inderogabile costo della democrazia. A meno che non si accetti che le direttive europee, i bandi di gara e i regolamenti comunitari vengano pubblicati solo in inglese e che i cittadini europei poi si arrangino a capirli o a farli tradurre a loro spese. Tornando all’individuazione del colpevole dello svuotamento delle nostre culture, io tendo invece a vederlo nella perdita di spessore dei nostri uomini politici, che pensano di superare i problemi della globalizzazione con un ritorno al vecchio nazionalismo e che con queste idee superate condizionano l’azione delle istituzioni europee.

Abbiamo assistito per tutto il 2011 ai ciechi sdilinquimenti del nostro 150° anniversario. Nessuno ha pensato di ricordare, anche solo a margine delle celebrazioni, che il nostro Risorgimento è stato l’affossamento di altre patrie? Caporetto per noi fu una disfatta, ma sui libri di storia sloveni è ricordata come un episodio di riscatto della slovenità minacciata. Quale patria ha ragione? Solo quelle che hanno vinto? Anche dalla demolizione delle patrie comincia l’Europa. Saremo veramente liberi quando potremo sceglierci la patria che vogliamo e quando potremo dirci italiani anche se siamo di madrelingua tedeschi o serbi, figli di idee e principi e non di territori disegnati dal Risiko dei vecchi Stati.

Invece di abbandonarsi a tante vane trombonate, i nostri politici oggi dovrebbero investire nella creazione di un nuovo sistema di lealtà e appartenenza che superi le antiche patrie. Senza negarne il valore e la storia, ma riconoscendone l’inadeguatezza. Un sistema che sia davvero europeo, non asettica spartizione proporzionale ma sintesi di idee senza etichette di provenienza. Per sperare di fare qualche passo in questa direzione bisogna aprire la cultura alla competenza comunitaria e permettere alle istituzioni europee di legiferare anche in campo culturale. Non lo stiamo dicendo ai quattro venti che un’Europa economica non basta. Allora , prima dei pollai e dei porcili, che si cominci ad armonizzare l’istruzione e ad esempio ad elaborare un manuale di storia condiviso, europeo e non nazionale, un programma di studi linguistici comune, un canone comune di grandi opere letterarie. Perché come giustamente dice Giorgio Israel, Dante non appartiene solo all’Italia né Newton solo alla Gran Bretagna, ma è un patrimonio di tutto il continente.

Solo così allontaneremo i cittadini europei dai nazionalismi che continuano a condizionare la nostra classe politica, solo così avremo qualche speranza di unire popoli e non stati, come auspicava Robert Schuman.