Allo scadere del proprio mandato settennale, il Presidente Agcom ha voluto congedarsi con un “bilancio di mandato”. Con qualche sorpresa: diversi commissari e talune imprese hanno disertato l’incontro.

Di solito, i bilanci sulle nostre azioni spettano agli altri e non a noi stessi. Ci sarà il tempo per valutare le cose buone e quelle meno soddisfacenti delle authorities di questi anni.

Mi sono spesso trovato a dire che molte cose buone sono state fatte in questi sette anni: il catasto delle frequenze, il processo di switch-off digitale, la disciplina della portabilità delle utenze, l’iniziativa Nemesys. Ma ci sono anche limiti, nella tv e nella telefonia fissa, che dipendono da tanti fattori, alcuni – certo – anche esterni ad Agcom. E siccome il rapporto di congedo è – inevitabilmente – troppo indulgente con se stesso, vale la pena richiamarli, a futura memoria.

Oggi mi concentro sulla telefonia fissa. E’ vero che sono diminuiti i prezzi al dettaglio e che questo è un effetto positivo della concorrenza. Ma lo stesso rapporto Agcom ammette – come abbiamo ribadito qui anche noi – che negli ultimi anni i prezzi all’ingrosso sono aumentati. E, comunque si leggano i dati – anche con il mio bias pro-concorrenziale -, non ci sembrano ‘in linea’ con la media europea. Come non lo sono le quote di mercato che, altrove, sono scese più velocemente attestandosi a valori molto più bassi.Per carità, attaccare sempre e comunque i soggetti dominanti è un pregiudizio ideologico. Ma non possiamo non osservare che regole efficaci ed efficienti, altrove, hanno sortito effetti pro-concorrenziali più incisivi di quelli osservati in Italia. E che si sia ancora lavoro da fare.

In questo quadro, sorprende, e non poco, un enunciato presente nel rapporto Agcom, forse sfuggito, perché nascosto in una nota. Ma dirompente.

In quella nota si sostiene che esista una pacifica correlazione tra aumento dei prezzi all’ingrosso del rame e maggiori investimenti ‘del mercato’ in reti di nuova generazione. Ora, se lo dice Telecom, si può ben accettare, come tesi di parte, anche in assenza di indagini econometriche. Ma se è l’Autorità ad affermarlo uno immagina che ci sia stata una indagine econometrica della stessa Agcom o che l’Autorità abbia verificato dati ed effetti. E invece no. Questa correlazione, semplicemente, non è stata documentata da alcuno studio econometrico che ne abbia determinato la significatività statistica. Esiste – forse – un solo caso studio, estratto a mezza bocca al presidente Berec da qualche giornalista nostrano. Ma, un eventuale caso studio probabilmente rivelerebbe che gli investimenti realizzati siano stati solo quelli dei soggetti dominanti e che essi siano stati sussidiati proprio da maggiori prezzi all’ingrosso ai concorrenti. Paradossalmente, sarebbe come dire che solo i dominanti possono investire credibilmente in nuove reti e che i concorrenti devono finanziare gli investimenti dei dominanti.

Una tesi che certo nessuna Authority nazionale o europea sottoscriverebbe mai. Peraltro proprio il caso –citato nel rapporto – degli incrementi dei prezzi all’ingrosso in Italia, negli anni più recenti costituisce un immediato contro-esempio per questa singolare tesi. Il prezzo della vecchia rete monopolistica è una cosa, il governo delle nuovi reti nel mercato è un’altra. Non è certo il tempo della rimozione dei controlli, né di nuovo aumento dei prezzi della rete, anzi. Dispiace, ma questo è un altro autogol sulle ‘reti’ che si trova tra le righe del rapporto di congedo Agcom.

E’ stata fatta molta strada anche in questi sette anni. E questo va riconosciuto, senza dubbio. Ma il mio bias pro-entranti – che più volte ho ‘confessato’ qui, avendo tra l’altro anche lavorato per loro – mi fa dire che prima di preoccuparci delle sofferenze dei dominanti (“Telecom soffre” recita ad un certo punto il rapporto), dovremmo ridurre quelle dei concorrenti e dei consumatori. E quel tempo, forse non lontano, non è purtroppo ancora venuto.