Appassionata di master contro la corruzione e ammiratrice di Schumacher. Che però non è il pilota di Formula 1, ma una suora. Emilia Lacroce ha i capelli bruni e lo sguardo penetrante. Calabrese di Isca sullo Ionio, paese di 1600 abitanti vicino a Soverato, ai confini tra la provincia di Catanzaro e quella di Reggio Calabria, si è arruolata nella guerriglia calabrese. Meno equipaggiata e protetta dell’esercito vero, quello dei clan della ‘ndrangheta che si sono messi in testa di conquistare l’Italia. Ma con una determinazione eguale e contraria: portare in tutta Italia lo spirito di rivolta contro i poteri criminali di casa propria; cercare in tutta Italia strumenti e appoggi per combatterli meglio. Emilia ha 24 anni. E affila le armi al master sulla corruzione del professor Vannucci, aperto dall’anno scorso a Pisa. “In realtà ero venuta a Pisa con un altro scopo. Mi ero iscritta a Lingue dopo il liceo scientifico a Soverato. Volevo fare la giornalista, mi sognavo inviata di guerra. Poi ho capito che la guerra l’avevo in casa. Mentre facevo la laurea specialistica ho frequentato un corso organizzato dalla Normale e dal Sant’Anna con Roberto Saviano. Quattro incontri, quattro giornate intere, che mi hanno aperto gli occhi. Così ho fatto la tesi sulla forza della parola nel contrasto della criminalità organizzata. Una tesi com-parata: il caso italiano, partendo da Gomorra, e il caso nigeriano”.

Da dove vengo? Sono nata in un campo di battaglia. Ma non me ne sono accorta subito e a scuola non me l’hanno mai spiegato. Crescendo ho incominciato a guardarmi intorno. Prima, accanto a un morto ammazzato, mi accontentavo del silenzio, anzi peggio, delle voci sommesse . Ora che di quel silenzio ne ho veramente abbastanza, parlo: ma nel mio paese nessuno vuole rispondere alle mie domande. Sono cresciuta protetta da un’educazione, quella dei miei genitori, tutti e due pubblica amministrazione, scuola e giustizia, che mi ha insegnato prima d’ogni cosa l’empatia. Le racconto questo. Il mio paesino, come tanti nel Sud, ha un santo patrono a cui è legatissimo; mia nonna mi racconta sempre che fu lui a salvare la popolazione da un disastroso terremoto agli inizi del secolo scorso. Fu uno dei primi martiri cristiani. Nel mese d’agosto, quando il paese, da disabitato e spettrale si fa folla di emigrati, gli viene dedicata una grande processione. Il santo passa tra le vie del borgo, la bara portata a spalla è circondata da decine di persone, con le anziane vestite di nero che cantano e la banda che rende inutile il loro canto. I portatori della statua hanno un ruolo fondamentale. I posti da noi non vengono messi all’incanto, come nei paesi vicini. Non ce n’è bisogno. L’egemonia dei poteri dominanti non si discute. Lì tutti sanno chi comanda.

Un giorno del decennio scorso, durante la processione, d’improvviso i portatori del santo, quattro ragazzotti del paese, presero la statua e deviarono dal percorso stabilito. Imposero una strada decisa da loro. Ricordo che mamma mi portò subito verso la nostra auto, tirandomi con forza per vincere le mie resistenze di bambina curiosa. Ricordo nei suoi occhi la paura, e un pezzo di conversazione con papà, che allora non capii: ‘Da un momento all’altro potevano tirar fuori una pistola…’. Ecco, oggi di quei quattro ragazzi nessuno è vivo. Due erano fratelli: decine di colpi di fucile caricato a pallettoni li hanno uccisi entrambi a pochi anni di distanza. La madre invoca ancora vendetta anche per un altro figlio, ucciso per sbaglio in una battuta di caccia. Noi ci aspettiamo altri cadaveri sull’asfalto. Loro sono morti in guerra. Ma nessuno nel mio paese se n’è accorto. Al bar, tra la nebbia del fumo delle sigarette e i videopoker, le frasi sussurrate a mezza voce sono sempre le stesse: ‘Si ammazzano tra di loro’, ‘Il prossimo è lui. È un morto che cammina’. Una decina di morti ammazzati da quando sono nata. Dieci morti ammazzati su mille abitanti. Capito che cosa intendo dire quando parlo di campo di battaglia?”.

Ho avuto un grande esempio, però. Una suora, che mi seguì all’oratorio fino agli undici anni. Il suo nome era Schumacher. Tutti la chiamavamo così perché sfrecciava con la sua Panda nuova tra il mare e le stradine del borgo antico, il territorio della mia parrocchia. Ora è a Napoli, a Scampia. Svolge la sua missione su un altro fronte di guerra. Oggi non ha più una macchina nuova, ma un catorcio che ti chiedi come faccia a stare in piedi, con cui fa la spola tra le Vele e il carcere di Secondigliano. La sua e qualche altra parrocchia sono l’unica alternativa alla camorra per i ragazzi della zona. Vado ancora a trovarla e le porto un po’ di viveri con mio padre. Noi abbiamo bisogno di esempi. Come quello di Maria Carmela Lanzetta, il sindaco di Monasterace, che è vicino al mio paese. Il suo coraggio mi dà coraggio. Il 25 aprile sono andata a Marzabotto e l’ho incontrata lì. Ed è stato bello trovarsi quel giorno su quelle colline, quasi il segno di una Calabria che non si arrende”.

Se il Master mi è stato utile per i miei scopi? Certo, funziona. Dà le competenze per uscire dall’antimafia salottiera. E il tirocinio spero di poterlo fare in Sicilia. Voglio diventare una giornalista che non ha paura di leggere le carte dei processi, come purtroppo accade spesso nella mia regione, dove i più coraggiosi prendono quattro centesimi a rigo più, ogni tanto, cinque proiettili in busta. La parola è importante, se c’è anche l’impegno. Con la parola e l’impegno ce la possiamo fare”. Così parlò la guerrigliera Emilia.

Il Fatto Quotidiano, 1 Maggio 2012