Entra in Costituzione il vincolo di bilancio. La pressione fiscale è a livelli altissimi. Ritorna spesso, come un mantra, l’esigenza di tagliare la spesa pubblica. Anzitutto non si ribadisce mai abbastanza un concetto molto semplice di cui parlava Padoa Schioppa prima di diventare Ministro: tagliare le spese vuol dire comprimere il settore pubblico, il che ha effetti depressivi sui consumi (e quindi su domanda e produzione) sia diretti, diminuzione di contributi e stipendi, sia indiretti, riduzione di attività e lavori pubblici.

Ora, una delle poche politiche economiche messa concretamente in atto da tutti i governi degli ultimi anni, è proprio quella di ridurre le spese per tenere a bada i conti. Tagli indiscriminati, fatti a percentuale, hanno interessato tutti i settori e tutti i ministeri.

La mia attività di insegnante in carcere mi offre una posizione “privilegiata” per osservare abbastanza da vicino almeno tre categorie di lavoratori del settore pubblico.

Sull’istruzione si è già abbattuta la scure dei tagli con le ultime “riforme”: nulla sulla didattica ma drastica riduzione del numero degli insegnanti e aumento degli alunni per classe. Che poi è ciò che più di ogni altra cosa pregiudica disastrosamente proprio la didattica. La scuola, privata di risorse umane e materiali, è stata ridotta in condizioni di cui non si parla mai abbastanza. Basterebbe affacciarsi in una qualsiasi classe per vedere il senso di inadeguatezza, la distanza abissale che divide i docenti – nella quasi totalità sfibrati, invecchiati, depressi – dagli studenti che vivono in mondi lontanissimi, parlando linguaggi discordanti.

A noi che insegniamo in carcere questi problemi arrivano come attutiti dalle spesse mura di cinta. Anche perché non si ha a che fare con ragazzini svogliati. I problemi sono altri. Lamentiamo però più che altrove un’annosa carenza di mezzi di ogni tipo: per esempio, gli studenti non comprano libri e per le fotocopie dobbiamo provvedere noi stessi.

Gli scenari futuri, poi, sono pessimi: se andasse in porto anche nei penitenziari il previsto riordino dell’educazione per gli adulti, dovremmo arrivare a numeri come 4 insegnanti ogni 120 alunni, corsi ridotti da cinque a tre anni. In sostanza, le poche sezioni presenti nei penitenziari si ridurrebbero drasticamente o chiuderebbero del tutto.

Alle dipendenze del Ministero della Giustizia ci sono gli uffici della Direzione, l’Area educativa e la Polizia penitenziaria. Quest’ultima è parte attiva nel programma trattamentale di recupero e reinserimento sociale dei condannati. Di fronte al sovraffollamento nelle celle ci sono gravi carenze di organico tra gli agenti. Tra l’altro, molte sono le assenze per malattie da stress legato alla delicatezza del lavoro affidatogli e le difficoltà che incontrano. Questa situazione, da un lato porta i pochi agenti in servizio a coprire più ruoli contemporaneamente, con turni di lavoro estenuanti; dall’altro limita le iniziative esterne che dovrebbero creare opportunità per i detenuti che vogliono reinserirsi, in quanto non sempre si riescono a garantire i requisiti minimi di sicurezza.

Va poi detto che, oltre che come retribuzione, anche quanto a gratificazione sociale il lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria può avere una considerazione peggiore persino di noi insegnanti.

Terza categoria: i detenuti a cui, insieme all’istruzione, è importantissimo che siano offerte opportunità di lavoro. Se non altro, per evitare che commettano nuovi reati. Anche qui, sui “lavoranti” si è abbattuta la scure dei tagli ministeriali. Meno mansioni, meno ore, meno “mercede”. E una marea di sbandati che vengono a elemosinare una sigaretta, non avendo nel libretto neanche i fondi per i bisogni più elementari. Anche le cooperative di ex-detenuti o “permessanti”, semi-liberi e “articoli 21”,  sono senza finanziamenti pubblici, per cui sono costrette a dilazionare le retribuzioni. Ex criminali che si trovano a lavorare gratis e girare senza soldi in un mondo sempre più caro. Che ci aspettiamo?