Va di moda ultimamente, nell’ambito dei più diversi procedimenti penali (e non solo) sequestrare preventivamente i blog e i forum su internet.

Negli ultimi 6 mesi si è registrata un’impennata dei sequestri di blog, forum e siti internet

Si parla, solo in Italia, (ma la stima è di inizio novembre del 2011), di più di 6000, tra blog, forum e siti internet attualmente sotto sequestro.

Lo strumento usato è sempre lo stesso, il sequestro preventivo, previsto alla fine degli anni ‘80 dal nostro codice di procedura penale come uno strumento da usare con grandissima cautela e da adottare dopo un rigido bilanciamento dei diritti costituzionali degli indagati.

Le ipotesi finite sotto la lente degli investigatori su internet sono invece le più disparate e vanno da presunte diffamazioni su internet, all’apologia di reati, alla tutela dei consumatori, sino, è storia di questi giorni alla chiusura di blog di discussione sulla religione islamica.

Gli ordini di sequestro, hanno subito nell’ultimo anno una vera e propria escalation “autoritaria” oltreché nel numero anche nelle forme.

Prima del 2009 questo strumento veniva adottato di solito solo nei confronti di chi materialmente gestiva il blog o il forum, oggi, a partire da una famosa sentenza della corte di Cassazione del 2009 in materia di copyright (il caso Piratebay), si adotta a larga maggioranza non più il semplice sequestro del blog, ma l’ordine ai provider (cioè a coloro che forniscono le autostrade informatiche per giungere a quel sito, ma anche a centinaia di altri siti) di impedire ai cittadini italiani di aver accesso a siti, blog e forum.

Come dire, oltre al danno anche la beffa.

Fino a qualche tempo fa inoltre, sembrava scontato che un provvedimento cosi grave fosse appannaggio solo di un Giudice, eppure in questi ultimi mesi ad adottare l’inibizione nei confronti degli utenti italiani sono stati diversi soggetti, tra i quali si segnala il mese scorso addirittura l’Antitrust, in una vicenda attinente la pubblicità ingannevole su internet

C’è la corsa insomma a chi inibisce di più la navigazione su internet.

Nel caso dei siti islamici, il provvedimento non è stato adottato dal Giudice delle indagini preliminari, ma direttamente, e in via d’urgenza, dal pubblico Ministero.

La vicenda si inquadra all’interno di un’indagine compiuta dalla procura di Cagliari su cinque blog, all’interno dei quali alcuni soggetti di nazionalità italiana avrebbero esposto le proprie idee in maniera simile, secondo gli investigatori, a quanto fatto all’estero da presunti terroristi islamici.

Premesso ovviamente che non è possibile entrare nel merito della questione, e che nessuno intende fiancheggiare o coprire eventuali terroristi, la vicenda di Cagliari appare veramente singolare.

Non solo infatti almeno tre dei cinque blog non sembravano ospitare materiale sovversivo, bensì discussioni generali sui precetti della religione islamica e commenti sugli argomenti più disparati, ma dallo stesso provvedimento di conferma del Gip di qualche giorno fa , che, prima ha rigettato la richiesta del Pm, per poi invece adottarla autonomamente, non si capisce la relazione tra i soggetti sottoposti a indagine che usavano tra l’altro nomi e cognomi reali senza nascondersi, e i blog che non sono gestiti da questi ultimi, limitandosi ad affermare lo stesso Giudice che i blog erano “strumento di contatto, in generale, tra i concorrenti

La vicenda ha dato luogo peraltro anche ad interrogazioni parlamentari, visto che in almeno uno dei blog ci sarebbe la traduzione in Italiano dei libri del Corano.

A prescindere dal caso di specie però l’aspetto più preoccupante di questa deriva è che i sequestri vengono sempre più diretti verso blog gestiti da giornalisti o da semplici blogger, e che sia diventata prassi la richiesta ai provider italiani di impedire l’accesso, attraverso le autostrade informatiche, ai blog da parte dei cittadini italiani

Da questo punto di vista appare sintomatico quanto scritto nero su bianco dal Giudice delle indagini preliminari di Cagliari nel provvedimento di sequestro preventivo del 27 aprile scorso.

Scrive il giudice “Non possono trovare applicazione riguardo ai blog le garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa, in quanto tale forma di comunicazione non può essere inquadrata nella nozione di “stampato” o “prodotto” editoriale, cui è estesa, ai sensi dell’art 1, legge 62/2001, la disciplina della legge sulla stampa”.

Ergo, secondo questa impostazione,dovremmo ritenere che, per esempio, un blog presente all’interno di una testata tradizionale, magari gestito da un giornalista, possa essere tranquillamente sequestrato, senza le garanzie previste dalla nostra Costituzione, per il semplice fatto che lo stesso blog sia ritenuto contenere affermazioni ritenute diffamatorie.

E ciò in quanto a tutta evidenza un blog, fatto di bit, non può essere equiparato ad uno stampato editoriale.

L’informazione on line diverrebbe a questo punto molto difficile da trattare, per le gravi conseguenze derivanti da una cancellazione “integrale” di un blog in vai preventiva, anziché di singole frasi o singole parole.