A metà tra la commedia napoletana e il grande romanzo della Sicilia borbonica che sventolò il tricolore. Povera Lega che voleva celebrare cultura e tradizioni del Nord. Ma quale Manzoni, ma quale Gadda. Il suo epilogo evoca insieme la pernacchia di Eduardo e il principe di Lampedusa. “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” pensarono di fronte a Tangentopoli i ceti dominanti padani, sposando i precetti del Gattopardo di centotrent’anni prima. Così, mentre i vecchi partiti battevano in ritirata, consegnarono il futuro a questa armata pittoresca che zampillava dalle contrade brianzole e dalle valli bergamasche, gente nuova, sconosciuta alla politica e che trattava ogni forma e galateo con il rude disprezzo che il diplomato per corrispondenza riserva ai filosofi quando sa di avere il vento della storia alle spalle.

Un’armata che prometteva di non toccare il sistema dei privilegi purché potesse partecipare al banchetto. Dotata di un linguaggio sconosciuto, salvificamente barbarico, da esibire e vezzeggiare come segno della massima frattura rispetto al passato. Erano loro, i virgulti leghisti, i giovani “forniti di qualche generico ideale” che il principe di Lampedusa raccomandava di arruolare per rendere immobile il potere dei proprietari terrieri. A essi si affiancò ben presto un’altra armata, più adusa ai salotti, ma soprattutto composta di truppe fedeli al ricchissimo signore che scendeva in campo per difendere, insieme, gli interessi propri e quelli del sistema che lo aveva allevato. Due finte novità in pochi anni. Grazie alle quali il potere, pur tra oscillazioni e capriole, si difese egregiamente. Nessun senso di colpa per le vicende che avevano portato il sistema al collasso, una rapida acclamazione di Antonio Di Pietro come lavacro della propria coscienza. E poi via nella lotta tra vecchio e nuovo, con alle spalle un paese e un elettorato che mai era stato chiamato a guardarsi allo specchio. Nella Lega che cavalcava nelle istituzioni romane per conquistare l’indipendenza alla Padania agiva però, sotto il manto dei riti celtici e delle gutturalità sgargianti, un prodigioso concentrato delle culture più congeniali all’antico e aborrito Sud. L’antistatalismo, l’evasione del patto fiscale, il clientelismo, l’uso privato delle istituzioni, l’astuzia contadina, il familismo amorale, il saccheggio delle casse statali, il trasformismo, la propensione a farsi i fatti propri. E insieme un’indifferenza etica che in nome della terra promessa del federalismo faceva sostenere e digerire qualsiasi nequizia di “Roma ladrona”.

Ora sono giunti al pettine i nodi già inutilmente emersi negli anni eroici delle prime conquiste di grandi e piccoli comuni. Le vicende odierne, culminate nelle ingloriose dimissioni del leader-padrone, spiegano quale meccanismo di potere si sia costituito intorno a un progetto politico che fu decisivo per riempire il grande vuoto apertosi di schianto all’inizio degli anni Novanta: quando seconde linee ed elettori dei partiti della Prima Repubblica poterono schierarsi dalla parte del “cambiamento” arrembando dietro il Carroccio, e mantenendo intatta la loro avversione per il primato delle leggi e delle istituzioni. Il bar si fece Stato nella abiura delle regole. Da lì il paradosso impensabile, la straordinaria diffusione dei clan calabresi nella Lombardia governata dai difensori più severi e arcigni della padanità. Le culture non erano incompatibili, purtroppo. Sia perché in nome degli affari, come si è visto, i rispettivi ambasciatori economici si incontravano ai massimi livelli; sia perché la cura ossessiva del particulare ha innaffiato la pianta velenosa dell’omertà da Pavia a Varese, passando per Milano.

È stata solo ignavia? O, incapaci di sapere che cosa accadeva nelle loro dimore personali, a maggior ragione non potevano sapere che cosa accadeva nelle loro province? Certo tutto questo è successo tra auto e consulenze e assunzioni e finanziamenti in famiglia, con i soldi dello Stato. Proprio come i meridionali della propaganda. Quelli che succhiavano il Nord, spremendo soldi agli onesti contribuenti …

Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2012