Qualche tempo fa  ho messo piede per la prima volta in vita mia nel Teatro Valle e ho deciso di sottoscrivere cinquanta euro a sostegno della Fondazione lanciata dagli occupanti.

Non è stata una scelta rituale. Infatti, sono convinto che esista un legame, profondo e genetico, fra teatro e democrazia. Non a caso il teatro è nato e si è sviluppato in Grecia, unitamente al primo sistema democratico che la storia ricordi. Alcuni argomenti al riguardo sono stati sviluppati da Peter Burian, che insegna studi classici  e del teatro alla Duke University. Egli mette in luce il collegamento fra libertà di espressione del pensiero e teatro e anche la circostanza che, mediante il teatro, potevano esprimersi anche soggetti esclusi dalla vita democratica greca, come le donne e gli schiavi.

A un paio di millenni di distanza, lo spazio teatrale ridiventa cruciale perché, da noi, in Italia ma un po’ in tutto il mondo, c’è fame di democrazia. Sballottati tra un furbo approfittatore erotomane e un governo di “tecnici” aridi e insensibili a diritti ed istanze umane (pianti di coccodrillo a parte), di fronte a partiti, con davvero poche eccezioni,  sempre più estranei alle proprie aspirazioni e convertiti in macchinette mangiasoldi, i cittadini, rinchiusi nei propri ghetti personali e sottoposti al quotidiano lavaggio del cervello da parte di telegiornali e simili, possono trovare nel teatro uno spazio importante da occupare non solo in quanto soggetti passivi (spettatori) ma anche attivi.

Da qui l’importanza di spazi come il Teatro Valle o il cinema Palazzo, che gruppi di cittadini, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo e non solo, hanno occupato per sottrarli alla speculazione. Il vasto ed affascinante programma è ben esemplificato nel banner che troviamo ad apertura del sito web del Teatro Valle occupato: per una nuova concezione della vita e dell’arte. Basta del resto dare un’occhiata al sito per rendersi conto dell’ampiezza dei progetti e della loro qualità. Particolarmente accattivante, ad esempio, l’iniziativa che è partita il 27 marzo e durerà fino al 2 aprile con il titolo “Afrodita” e che si presenta come “una settimana internazionale di riflessione, sperimentazione e creazione, che consiste in incontri sul palco, concerti, spettacoli, video, che permetteranno di chiederci sia individualmente che collettivamente, sia che politicamente. quale è il senso oggi, all’alba del terzo millennio, dei concetti femminile e maschile, resistenza e amore”.

Un altro elemento ben presente alla riflessione e all’elaborazione svolta dal Valle Occupato è poi il ruolo del collettivo e del sociale nella creazione artistica, contro ogni tentazione individualistica e, si sarebbe detto un tempo, piccolo-borghese, come ben illustrato da una frase che troviamo ad introdurre un’altra delle molte iniziative in programma prossimamente: “Nessuno percorre la strada completamente da solo. Il contesto sociale in cui avviene la maturazione individuale condiziona fortemente ciò che individui ugualmente competenti possono ottenere”.

Si tratta insomma di un laboratorio artistico, politico e sociale, organizzato e portato avanti da individui estremamente consapevoli del legame fra i tre aggettivi che ho appena scritto, nel nome appunto dello storico vincolo esistente fra teatro e democrazia che sembra di vitale importanza riproporre oggi nel contesto del terzo millennio globalizzato per riscoprire le radici stesse del bene comune.

E’ in questo che consiste, a ben vedere,la nuova concezione della vita e dell’arte di cui si parlava. Un’arte al servizio della vita, che si fa lotta sociale e politica per garantire alla vita stessa la possibilità di esistere in un contesto sempre più ostile per i processi di globalizzazione in atto.

E’ nel nome invece di una vecchia, anzi direi stantia e insostenibile,  concezione della vita e dell’arte (e della politica) che l’ineffabile sindaco Alemanno, inquieto del fatto che il Teatro Valle si sia trasformato in un centro sociale (come se fosse un insulto), vorrebbe rinormalizzare questo ed altri spazi, magari per metterci a lavorare, insieme a qualche mostro sacro all’occasione riesumato, qualcuno dei suoi numerosi parenti e meno numerosi affini politicamente. Sarebbe beninteso solo l’ennesimo dei danni di Alemanno. Ma può legittimamente dubitarsi che ci riesca, anche perché il tempo a sua disposizione è davvero scarso.

A noi cittadini romani tuttavia spetta il compito di vigilare affinché il Valle mantenga le sue caratteristiche di spazio comune, aperto e democratico, sottoscrivendo fra l’altro, come ho fatto io, i cinquanta euro necessari a diventare parte della Fondazione che si incaricherà di gestirlo e partecipando, per quanto possibile, alle sue valide e stimolanti attività.