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Elio Germano e l’occupazione del Teatro Valle: “In gioco c’è la dignità”

L'attore Palma d'Oro racconta il perché della protesta: "Dormiamo nei palchi, offriamo spettacoli, non ci rassegniamo alla finta felicità del denaro e al diritto del più furbo"

L'attore Elio Germano

Domani mi compro il Colosseo. E ne faccio un immenso centro commerciale. Me lo permetterebbero? Non credo, ma con l’aria che tira forse tutto è immaginabile. Di certo scatenerei le furie del mondo: “Il Colosseo è un Monumento nazionale, da non sottomettere alle logiche di mercato!”.

Ma in giro per l’Italia sono disseminati tanti piccoli colossei, alcuni più nascosti di altri, ma non per questo “meno” monumenti nazionali della celebrata arena capitolina. I teatri appartengono alla medesima sacra famiglia dei Monumenti: templi non solo da osservare, ma che chiedono di essere “agiti”, usati, vitalizzati, e riempiti. Andrea Camilleri ce l’ha ricordato qualche giorno fa. Il Teatro Valle – come i suoi simili su e giù per la Penisola – non può sottrarsi alla sua funzione intrinseca, che corrisponde al fare cultura come partecipazione del bene pubblico. E dunque non può né deve diventare luogo gestito – anzi “comandato” – da chi è estraneo a questa idea di cultura. E che magari neppure conosce il teatro e le sue professionalità “dal di dentro” ma è soltanto vicino a quello o a quell’altro partito.

Video di Irene Buscemi

Il teatro è di chi lo fa e di chi lo vede. In una parola dei cittadini. Nostro. Non della politica. Ecco perché lo stiamo occupando da una settimana. Per occuparcene. Noi cittadini, che ne siamo i proprietari. Per difenderlo dalle logiche del profitto e dell’interesse che vorrebbero trasformarlo in chissà cosa. Nessuno tra noi ha pretese dirigenziali: siamo al Valle solo per chiedere che il diritto alla partecipazione della comunità, composta tanto da noi “addetti ai lavori” quanto dal pubblico, sia riconosciuto e rispettato, scegliendo di lottare per il Valle ma “oltre” il Valle. Il gesto è infatti concreto ma anche simbolico, destinato a propagarsi su tutte quelle realtà che come il Valle sono a rischio di scollamento dalle legittime identità e missioni.

Video di Nicola Moruzzi

Il percorso di ciascuno di noi parte da lontano. Ciascuno ha la propria esperienza di frustrazione personale alla quale reagire. Ricordo che alla fine della scuola di recitazione mi trovavo carico di ideali e buoni propositi. Come i miei colleghi, pensavo di poter contribuire al mondo interpretando grandi testi e autori. Aprendo delle finestre di possibilità nel mostrare le cose da punti di vista diversi. Interpretare, appunto. Ho sempre pensato al mio lavoro come una specie di missione. Uscito dalla scuola, però, poi mi sono subito scontrato col “mondo del lavoro” sono “entrato nel mercato”, dove tutti i sogni spariscono in un violentissimo schiaffo. Tu sei nessuno. Quel che sai fare non conta niente. Conta solo quanto bene ti sai vendere. Chi ci crede e ci piange ancora è solo un ingenuo: questo è business, il tutti contro tutti nella legge della giungla dei numeri.

Bene allora, bisogna farsi forza e adeguarsi, questa è la vita reale. Bisogna sgomitare per litigarsi le briciole e rassegnarsi a trovare le proprie soddisfazioni da un’altra parte e non nel proprio mestiere, nella solitudine del proprio tempo libero. Lavorare serve solo a portare a casa i soldi. Se poi ti fermi un attimo a ragionare sul fatto che forse non è così solo per il tuo mestiere ma che forse anche le scuole, gli ospedali, le industrie alimentari, rispondono alla stessa logica, ecco che dal sogno si passa all’incubo. Che società stiamo costruendo? Se realizzarsi non vuol dire più mettere al servizio degli altri le proprie capacità, ma vincere e primeggiare magari con meno capacità possibili, che servizi stiamo offrendo alla nostra società? Che qualità della vita condividiamo? Che prospettiva abbiamo di diventare una società migliore? Non voglio essere nutrito o curato o governato da chi è stato più furbo e ambizioso, ma da chi ha più passione, più dedizione, più capacità di ascolto. Da chi è incorruttibile perché la sua più grande ricchezza è l’amore per il suo lavoro e per il senso che questo lavoro gli offre nell’essere al mondo.

Vorrei essere governato da chi, per tutte quelle ragioni, è diventato uno svantaggiato, il capro espiatorio, a cui il mondo del lavoro di solito sbarra le porte. Ecco quindi che il problema è diffuso. E allarmante. Qui non si tratta solo di difendere i posti di lavoro di artisti e operatori della cultura e dello spettacolo: si tratta di mettere a fuoco cosa non funziona attorno a noi e cosa possiamo fare e dire – cioè essere – affinché torni a funzionare. Uno degli aspetti che mi inquietano maggiormente come cittadino è il diffuso disinteresse a capire, interpretare, a farsi un’idea critica sulla società e l’esistenza. Questa triste rassegnazione al modello diffuso di felicità. È un problema di annientamento culturale.

Il sentimento che si respira al Valle in questi giorni è esplosivo e supera le nostre aspettative: non solo vogliamo concretamente un mondo migliore, ma pensiamo anche di averne diritto. Noi siamo certi che nel rispetto delle legittime esigenze sia possibile mantenere accesa la luce della resistenza e continuare a lottare contro una degenerazione, che mette in gioco persone, professioni, modi di esistere. E spegne qualsiasi idea di futuro.

E allora ben vengano gli Stati Generali del Teatro italiano, come potremmo definire questo momento caldo, in cui stiamo “mettendo in scena” attraverso l’azione concreta giorno e notte come è possibile far funzionare un Monumento pubblico. Dormiamo in teatro, qualche ora e dove capita, spesso nei palchi. Dopo aver chiuso ogni sera gli spettacoli che offriamo gratuitamente e che centinaia di spettatori sembrano gradire, viste le folle fuori e dentro l’edificio. Nei pomeriggi organizziamo lunghe assemblee aperte al pubblico, ciascuna con un ordine del giorno preciso: si va da approfondimenti sui mestieri del teatro e del cinema, a come individuare un welfare nel nostro settore, fino a un vero e proprio codice etico del teatro. Una delle grandi questioni del dibattito è su che garanzie potremo ricevere dal Comune di Roma a cui il Valle (ed altri) è stato assegnato dopo la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano (in Italia non esiste più un ente per il teatro: veramente surreale).

Vorremmo tradurre tutto questo in un documento, ma la questione è ampia, perché riguarda competenze assai diverse. Credo comunque che insieme saremo in grado di tracciare alcune possibili forme di funzionamento, che includono il punto di vista economico, prendendo ad esempio anche i percorsi di teatri stranieri.

Solo così credo si possa dimostrare che la vera forza del teatro siamo noi, intesi come “unità” inscindibile tra artisti-tecnici-spettatori. Siamo noi che produciamo le ricchezze che un eventuale direttore di teatro dovrà gestire ed è a noi che questo direttore dovrebbe rendere conto, non agli amministratori. Avremmo anche tutto il diritto di essere noi ad eleggerlo, a mio modesto parere. A noi preme, per la tutela della qualità dei servizi che offriamo e di cui ci serviamo, l’interruzione definitiva della logica dei posti assegnati a gente estranea alla professione del luogo che va a guidare. Quella logica che si basa sulle appartenenze politiche o su qualche bene di scambio promesso. Il ragionamento vale per il teatro, ma può applicarsi a qualunque realtà “pubblica”: ci si dimentica che il cittadino è creatore e fruitore del suo bene. Come per l’acqua.

Il mio, il nostro, è un appello appassionato per tutti i luoghi di pubblica cultura che sono stati chiusi o che stanno chiudendo: lottiamo insieme per tutelare quei “punti di aria”, dove si può ancora formulare un pensiero e condividerlo. L’Italia è nostra, dobbiamo occuparcene noi.

di Elio Germano

Ha collaborato Anna Maria Pasetti