George Zimmerman (sinistra) e Trayvon Martin

“È George Zimmerman un razzista? La risposta è: assolutamente no. Esistono motivazioni razziali dietro la tragica morte di Trayvon Martin? La risposta è, ancora una volta: assolutamente no”. Questo ha detto ieri, in un’intervista televisiva, Craig Sonner, che di George Zimmerman è il consigliere legale. Consigliere legale, si badi bene, e non avvocato difensore, perché – elemento questo essenziale per cogliere la vera matrice dello scandalo che scuote l’America – allo stato attuale George Zimmerman non ha, di fronte alla legge, nulla da cui debba difendersi. George Zimmerman è, al contrario, un cittadino che la legge (una legge nota come “Stand Your Ground”) ha alla lettera applicato, aprendo il fuoco contro qualcosa – un ragazzino nero disarmato nel caso specifico – che gli era parso minacciasse la sicurezza sua e quella del quartiere nel quale vive.

Craig ha quasi sicuramente ragione. Quel che è davvero accaduto la notte del 26 febbraio è ancora in buona parte avvolto nel mistero, ma da quanto è finora emerso, una cosa appare più che verosimile. George Zimmerman non è un razzista. Non lo è nel senso che nulla, in quel che è emerso della sua storia personale, rivela – anche soltanto in termini vaghi – i tratti d’un “white supremacist”. E di certo non è stato per odio razziale che ha ammazzato Trayvon.  Eppure il suo crimine – chiamiamolo così anche se per la legge Usa non lo è; anzi, chiamiamolo così proprio perché, in questo caso, è la legge il vero crimine – ha davvero un sottofondo razziale che spiega e giustifica l’ondata di proteste che va, in questi giorni, attraversando l’America.

Ci sono, in questa storia, due grandi e rivelatori paradossi. Il primo è che George Zimmerman, lo sparatore, vanta una storia personale (è un ispano, figlio d’un bianco e d’una peruviana) e un aspetto fisico che in altri tempi avrebbe reso assai problematico un suo ingresso nel Ku Klux Klan. Si può anzi affermare – seguendo, per l’appunto, il filo del paradosso – che se, la notte del 26 febbraio, Zimmerman avesse visto se stesso camminare incappucciato per le strade di Twin Lakes, avrebbe pensato, come pensò vedendo Trayvon, che quell’oscura presenza “non prometteva nulla di buono”. E forse – eludendo gli ordini della vera polizia – si sarebbe infine affrontato, sparandosi…

No, George Zimmerman non è un razzista. La sua è la storia d’un ragazzotto con l’ossessione della legge e dell’ordine, ma non quella d’un razzista. La storia d’un “poliziotto nell’anima” che – proprio a causa di quest’ossessione – poliziotto non è mai riuscito a diventare. Il suo curriculum è pieno di tentativi respinti d’entrare in una vera polizia e di gesti da improvvisato (e non richiesto) giustiziere. Zimmerman aveva una malsana passione per le armi e passava ore nei supermercati per scoprire, inseguire ed arrestare eventuali taccheggiatori. Nel 2005, Zimmerman era stato denunciato da un poliziotto vero (l’accusa, poi lasciata cadere, era di “resistenza a pubblico ufficiale”) perché aveva interferito nell’operazione d’arresto d’un borseggiatore. Ed è stato questo Zimmerman – dagli ignari cittadini di Twin Lakes nominato “capitano” del gruppo di vigilanza (neighborhood watch) del quartiere – che la notte del 26 febbraio ha incrociato i suoi destini con quelli di Trayvon Martin, uno studente nero di 17 anni e di fisico minuto che, a quanto si dice, nella sua breve vita mai aveva litigato con nessuno.

Zimmerman era armato. Zimmerman stava seguendo quel giovane “sospetto” nonostante le indicazioni della polizia. E, in queste circostanze, tutto lascia credere che sia stato Zimmerman ad affrontare Trayvon. Zimmerman dice, però, di aver sparato per legittima difesa. E in Florida il concetto di legittima difesa è stato dilatato, grazie alla “Stand Your Ground”, al punto che, per essere accolto, basta presentare il conto della propria paura. E Zimmerman ha avuto paura. Anche Trayvon – e questo è il secondo paradosso – ha, sicuramente, avuto paura di quello sconosciuto che lo seguiva in macchina. Ma lui, in tasca, non aveva che le caramelline colorate (gli Skittles) che portava in regalo al fratellino minore…

Zimmerman non è razzista, è vero. E non è per odio ai neri che ha sparato a Trayvon. Eppure – ritornando a bomba – il suo è davvero, in senso lato, un crimine razziale. Lo è perché – sebbene nessuno possa dire quel che sarebbe accaduto fosse stato Trayvon di pelle bianca – così è vissuto in un paese dove ancor oggi essere neri e giovani è una sorta di peccato originale, una colpa da scontare, un’eredità maledetta. Ovunque, anche laddove il razzismo parrebbe essere solo un triste ricordo. E talora (per ragioni storico-sociali che troppo lungo sarebbe qui spiegare) persino tra gli stessi neri d’America. “A questo punto della mia vita – disse tempo fa il reverendo Jesse Jackson – è triste dover ammettere che, quando sento dei passi alle mie spalle, spero non si tratti dei passi d’un nero…”.

La notte del 26 febbraio, questa paura s’è sovrapposta alla realtà delle leggi da Far West imposte, in rossiniano crescendo, dalla Nra (la “Stand Your Ground è legge, ormai, in una ventina di Stati). Ricordate la battuta chiave del film “Per un pugno di dollari”, quella che dice: “…quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto…”? Trayvor non aveva né il fucile, né la pistola, ma solo un pacchetto di Skittles. Ed era nero. Per questo è morto. Ed è giusto che oggi, per lui, l’America chieda giustizia.