Alla tedesca, non all’americana. Il sorriso di Bruno Vespa è quello delle grandi occasioni: “Segretario Bersani, ha ragione Monti oppure la Camusso?”. E il leader del Pd: “Posso fare un ragionamento?”. Comincia così la serata più lunga di Pier Luigi Bersani, negli studi di viale Mazzini. E non è una puntata facile: “Aggiustiamo il mercato del lavoro? Deve essere più alla tedesca che all’americana”. E l’Articolo 18? “Su 160 mila cause in un anno solo 500 riguardano il mercato del lavoro: è venuta fuori una cosa che non condivido perché va all’americana”. E subito dopo: “I lavoratori si sentiranno dire: te ne vai a casa, e ti darò 15 mensilità. Non va bene. Lavoreremo per correggere”. Così il conduttore fa la domanda delle cento pistole: “Questo vuol dire che o si cambia o va giù il governo?”. E qui l’incanto del Bersani barricadero si infrange: “Non mi pongo nemmeno la domanda. Non posso credere che su questo tema Monti ci chieda prendere o lasciare”. Sono le colonne d’Ercole oltre cui il leader del Pd non può andare. Il senso di una grande debolezza.

Bersani è stato fregato nel vertice dei segretari? Domanda di Vespa: “Ma che vi siete detti in quella cena?”. Risposta: “C’è stato un difetto di comunicazione. A me sembrava che ci fosse stato un accordo che a giudizio di tutti il mandato fosse: il governo deve lavorare per un accordo”. Ecco perché occorre riavvolgere il film di questi due giorni. Lo sconcerto, tra i dirigenti del Pd inizia a diffondersi fin dalle prime ore della sera della riforma. Ma prende definitivamente corpo nella mattinata di ieri.
Il primo problema è la presa di coscienza che la proposta di Monti e della Fornero ha un effetto immediato: il partito viene diviso in due come una mela, tra favorevoli e contrari. Contenti Lettiani e Veltroniani, dubbiosi i dirigenti dell’area Franceschini, contrari la Bindi, i bersaniani, i dalemiani e la sinistra interna. Così si comincia con dubbi, consultazioni frenetiche, persino il (fondato) sospetto che non si sia trattato di un errore “tecnico”, ma di una mossa studiata a tavolino per disarticolare il partito, ipotecando una futura alleanza di governo (diversa dal centrosinistra). Un gesto compiuto per “mascariare” l’immagine del Pd davanti ai suoi stupiti elettori (ieri inferociti sul web). Mossa che divide, come dimostrava la prima dichiarazione di Enrico Letta, uno dei leader dell’ala “montiana” che, euforico, a caldo spiegava: “Il voto favorevole del Pd non è in discussione”.

Nei corridoi di Montecitorio, ieri, si vociferava di una tirata d’orecchi di Bersani, per quella frase. Ma, ospite di Lilli Gruber, Letta non si tirava indietro, anzi: “Mi pare una frase addirittura ovvia”. Il gruppo dirigente bersaniano, invece, era il più colpito. Fin dalla mattina la voce determinata di Matteo Orfini, il più affermato dei dirigenti del nuovo corso, non lasciava spazio a dubbi sul modo in cui la forzatura prendere-o-lasciare del premier Mario Monti è stata percepita: “Siamo messi male, malissimo. Questa riforma, così come è proposta, non ci piace, non crediamo che garantisca i lavoratori in una fase delicatissima della crisi economica. È chiaro – aggiungeva Orfini – che la nostra direzione di lunedì è la sede in cui verificheremo che la maggioranza del Pd è per correggerla in Parlamento”. E poi, in serata: “Sono stato investito da richieste di spiegazioni, mail, inviti a convocare un referendum. È evidente che il testo in Parlamento deve essere cambiato”.

Bel paradosso. Una proposta che è molto più dura di quella contro cui tutto il partito diede battaglia assieme alla Cgil di Sergio Cofferati nell’ormai lontanissimo 2002. “Il messaggio che in queste ore sta arrivando ai nostri militanti è devastante. Non capisco sulla base di quali rassicurazioni – dice oggi Cofferati – si sono diffusi messaggi diversi e persino contraddittori. Adesso il danno è grave: l’articolo 18 è stato scardinato, questo testo introduce la possibilità di licenziare”. Altrettanto netto era il pronunciamento di Rosy Bindi, quasi interdetta: “Questo governo va avanti finché rispetta tutti i partiti che ne fanno parte. Così non è stato. Siamo convinti che in Parlamento il testo si possa modificare”. Però è in serata che – (mentre continua il silenzio di Walter Veltroni) – arriva l’altolà di Massimo D’Alema, che affida al Tg3 la sua critica: “Il testo sull’articolo 18 è pericoloso e confuso e va migliorato”. E subito dopo: “Non si stabilisce chi è che valuta se il licenziamento è discriminatorio , disciplinare o economico, occorre un vaglio, ad esempio in Germania è una valutazione affidata al giudice. Non si può lasciare solo all’impresa la decisione”.  Ancora: ”Ritengo che il provvedimento – aggiunge D’Alema – sia così complesso che si debba far ricorso solo a una legge delega per rispetto della democrazia parlamentare”.  Cosa significa? “Lavoreremo per correggerlo – annunciava D’Alema – Noi siamo in una democrazia parlamentare: il governo ha fatto la sua parte (nel testo ci sono alcuni aspetti positivi e altri aspetti sono da migliorare) e ora tocca al Parlamento che è sovrano”.

E Bersani? Per tutto il giorno, fino a quella dichiarazione a Porta a Porta si erano moltiplicati i segnali di disagio. Dapprima uno sfogo parlando (proprio con Damiano), in Transatlantico. Poi una frase seria: “’Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro io non la concludo così. Non so come faremo ma dobbiamo chiedere dei passi avanti”. Poi da Vespa, con il suo portavoce, Stefano Di Traglia che informa su Twitter (!): “In macchina fischietta Baglioni”. Prima che entri in studio arrivano le parole, durissime di Nichi Vendola: “È imbarazzante l’atteggiamento di Monti, a fronte di un’Italia che sta vivendo una sofferenza, un disagio straordinario”. Fino a ieri tra Bersani e Vendola ha retto un patto di non-belligeranza per cui il leader di Sel ha evitato qualsiasi attacco diretto al leader. Un patto che ora viene messo a dura prova. Perché se il Pd non corregge il testo salterà davvero l’alleanza di Vasto. Bersani a Porta a Porta, prova a rassicurare la base: “Devono stare tranquilli. Siamo gente solida”. A vederlo si pensava esattamente il contrario.

Il Fatto Quotidiano, 22 Marzo 2012