“Viola merda!”, c’è scritto su un cartello riciclato dallo stadio. Per i senesi i viola sono gli odiati cugini della Fiorentina, ma stavolta Viola è il cognome di Fabrizio, il direttore generale del Monte dei Paschi di Siena che si è fatto approvare dal consiglio d’amministrazione la decisione di tagliare del 3 per cento il costo del lavoro. E qui scatta una rivolta complicatissima da capire e da raccontare, come dimostra il fatto che anche il sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, si è perso nel labirinto di una vicenda assurda. Ieri, infatti, i lavoratori del Monte dei Paschi hanno fatto il loro primo sciopero dal 1998 e sono arrivati a Siena da tutta Italia: hanno sfilato in 4 mila sotto la storica Rocca Salimbeni, sede della banca che esiste dal 1472. Il Ceccuzzi ha pensato bene di andare in piazza a dare la sua solidarietà agli scioperanti, ma al grido di “vergognati!” i rabbiosi lo hanno rispedito verso il suo ufficio in piazza del Campo. Il fatto è che il sindaco di Siena è anche il padrone del Monte, visto che nomina personalmente otto dei sedici membri del consiglio della Fondazione Mps, azionista di controllo della banca. La Fondazione a sua volta nomina i vertici della banca, poi il Monte dei Paschi sceglie al suo interno il sindaco. Anzi, sceglieva, da ventotto anni a questa parte, quando Siena ha avuto solo tre sindaci (Pierluigi Piccini, Vittorio Mazzoni della Stella e Maurizio Cenni), tutti funzionari del Monte ma anche ex segretari della Fisac Cgil, il sindacato dei bancari.

Ieri il Ceccuzzi, ex segretario dei Ds senesi ed ex deputato, eletto l’anno scorso al primo turno con il 57 per cento dei voti, ha sfogato la rabbia per la contestazione subita nel modo più prevedibile: “So che non sono gradito forse perché dopo 28 anni non sono un sindaco espressione del sindacato. Mi sembra paradossale però che dopo 28 anni si dia la colpa all’unico sindaco che non è del sindacato, in carica da dieci mesi”. E infatti Ceccuzzi ha ragione. Il Monte è sull’orlo del baratro, mentre la Fondazione c’è già finita dentro, per colpa di una piccola oligarchia cittadina di cui lui è solo un membro. C’è anche il presidente della Provincia Simone Bezzini, che nomina 3 dei sedici membri della Fondazione, c’è l’avvocato Giuseppe Mussari, prima presidente della Fondazione, poi della banca, piddino di osservanza dalemiana nonché compare di nozze di Ceccuzzi, adesso dimissionario ma presidente dell’Abi, l’associazione delle banche. E poi c’è Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, piddino ma di estrazione democristiana, legatissimo ai potenti fratelli democristiani Monaci: Alberto è il presidente del consiglio regionale della Toscana, Alfredo è consigliere del Monte ma oggi sarà designato alla vicepresidenza, assieme al nuovo presidente Alessandro Profumo, ex Unicredit. Un club chiuso e trasversale che sa dare spazio a tutti gli amici se non creano problemi, destra e sinistra, Chiesa e mangiapreti. C’è anche tanta massoneria, ma non si può dire: ufficialmente a Siena non esiste, come ha certificato pubblicamente lo stesso Mussari. E mentre a Palermo non c’è la mafia, ma tanto traffico (direbbe Roberto Benigni) a Siena non c’è neppure il traffico perché è pedonalizzata.

Finché le cose sono andate bene nessuno li ha chiamati a rispondere di niente. Ma adesso non è più una partita tra senesi. Ieri sono venuti a protestare da tutta Italia contro i senesi sfruttatori. Su 31 mila dipendenti del gruppo Mps solo 3 mila stanno a Siena e provincia, gli altri 28 mila sparsi per la penisola. E solo i 3 mila senesi hanno partecipato alla grande abbuffata. Negli ultimi dieci anni la banca pagava sontuosi dividendi alla Fondazione (record nel 2008: 376 milioni), e questa inondava di soldi il cosiddetto territorio, cioè Siena. A spanne circa 110 milioni all’anno per dieci anni, 4000 euro per ciascuno dei 270 mila abitanti della provincia di Siena. Adesso la festa è finita, perché l’oligarchia ha fatto dei disastri inspiegabili. Mussari nell’autunno 2007 ha avuto la geniale idea di comprare la Banca Antonveneta per 10 miliardi di euro. Il Banco Santander l’aveva comprata pochi mesi prima per 6 miliardi, e a Rocca Salimbeni la notizia che era già esplosa la più grande crisi finanziaria mondiale di ogni tempo forse non era arrivata. Anzi, per non perdere l’affare i senesi comprano di corsa, senza nemmeno controllare bene i conti. Alcuni consiglieri comunali di opposizione notano che l’Antonveneta è arrivata con un tale buco patrimoniale che il Montepaschi l’ha dovuto compensare iscrivendo a bilancio come attivo la fantasiosa cifra di 7, 2 miliardi a titolo di “avviamento” (l’avviamento è la voce immateriale del patrimonio che dà un valore alle prospettive di reddito di un’azienda: allora il Monte Paschi, molto più grosso dell’Antonveneta, ne aveva un decimo, circa 700 milioni). Quando hanno comprato l’Antonveneta, un’azione del Monte valeva più di tre euro, oggi vale meno di 40 centesimi. Pagata 10 miliardi l’Antonveneta, dopo meno di cinque anni tutto il gruppo (Monte più Antonveneta più tutto il resto) vale in Borsa 2, 5 miliardi. Colpa della crisi, dicono i geni della finanza senese, come Sordi che diceva “a me m’ha rovinato la guerra”.

Ma la vera tragedia è la Fondazione. Il Monte aveva bisogno di ricapitalizzarsi per tamponare i disastri. E la Fondazione non doveva perdere il controllo della banca, sennò l’oligarchia perdeva tutto. Quindi il presidente della Fondazione, Mancini, ha prima venduto tutto il patrimonio diverso dalle azioni Mps per sottoscrivere le sue quote di aumento di capitale, poi ha addirittura fatto debiti per comprare azioni che non danno dividendo: come li ripaga? Infatti dopo sei mesi è già in sostanziale default, costretto a rinegoziare con le banche creditrici: ha un miliardo di debiti e possiede solo azioni del Monte per un miliardo di euro. La prospettiva per i senesi è agghiacciante: la Fondazione è finanziariamente morta, e in ogni caso il bengodi delle “erogazioni” è finito. L’oligarchia ha mandato in fumo in pochi anni quella decina di miliardi di euro che erano il patrimonio accumulato da una piccola e miracolosa città in secoli di gloria bancaria.

Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2012