Roma chiude tutte le attività dell’ambasciata a Damasco e rimpatria tutto il personale presente. La notizia è arrivata in mattinata con una nota della Farnesina che ha disposto la sospensione delle attività della sede diplomatica per le sempre più delicate condizioni di sicurezza, rimarcando però “la più ferma condanna per le inaccettabili violenze” contro i civili e il pieno sostegno al popolo siriano “per una soluzione pacifica della crisi che ne garantisca i diritti fondamentali e le legittime aspirazioni democratiche”.

Intanto almeno 100 persone, secondo l’opposizione siriana, sarebbero state arrestate nella città di Idlib, non lontano dal confine con la Turchia, riconquistata dalle forze dell’esercito regolare. Secondo alcuni testimoni, l’Esercito siriano libero avrebbe lasciato la città dopo esser rimasto a secco di munizioni e ora sarebbero in atto rastrellamenti casa per casa da parte dell’esercito regolare, dopo quattro giorni di scontri di nuovo padrone della città.

A preoccupare, oltre al rischio che Idlib diventi una seconda Homs, anche la situazione dei civili siriani in fuga verso la Turchia. Numeri impressionanti, secondo la stampa turca che cita il ministero degli Esteri di Ankara, con oltre 5mila civili che avrebbero varcato i confini nel giro di sole due settimane, portando a quota 13mila i rifugiati presenti nelle sette tendopoli nella provincia meridionale turca di Hatay.

Per Ankara, però, queste sono ore di attesa e allarme anche per la sorte dei due giornalisti dispersi da cinque giorni in Siria. Si tratta del cameraman Hamit Coskun e di Adem Ozkose, corrispondente per il Medio oriente della rivista turca Gercek Hayat: le ultime notizie li davano proprio a Idlib, dove erano arrivati una settimana fa. Dal 9 marzo non se ne hanno più notizie, anche se l’annuncio della loro sparizione è stato dato solo nella serata di ieri.

E mentre in Europa c’è chi, come Parigi, ha inviato nei Paesi confinanti con la Siria un ambasciatore con la precisa intenzione di redigere un dossier con le prove degli orrori ordinati da Assad da consegnare alla Corte penale internazionale, la Russia torna a parlare della situazione sul campo. Tentando di ridimensionare, almeno formalmente, il peso del veto che dall’inizio della repressione in Siria ha sempre posto all’interno delle Nazioni unite per evitare una condanna unanime contro la violenza del regime.

La sintesi arriva per voce del ministro degli Esteri Serghei Lavrov: Mosca non difende il regime ma l’autonomia sovrana della popolazione siriana, l’unica a dover “decidere chi deve essere al potere in Siria”. Fatto sta che le parole critiche nei confronti di Assad non vanno oltre l’accusa di un “grave ritardo” nell’avviare riforme democratiche che pure, secondo il capo della diplomazia russa, sono state “buone” e capaci di “rinnovare il sistema” aprendo “al pluralismo” democratico.

Il tutto mentre la Cina, da sempre al fianco di Mosca contro una dura presa di posizione unanime dell’Onu, prova a spingersi leggermente più in là. Il premier Wen Jiabao, infatti, oltre a precisare di non aver “favoriti” fra le parti in causa, ha chiesto “l’immediata cessazione” degli attacchi contro i civili. Esprimendo tutto il suo sostegno alla mediazione dell’Onu e della Lega Araba alle prese con trattative sempre più in salita.

Secondo una fonte diplomatica europea a Damasco riportata dall’agenzia Adnkronos, infatti, gli uomini vicini ad Assad avrebbero fatto sapere di “non essere disposti a tornare alla road map araba in nessun modo”.

di Tiziana Guerrisi