C’è un limite all’indecenza e alla relativa sopportazione.

Ieri sera – lo confesso – non ho retto più di mezz’ora allo spettacolo allestito dalla trasmissione In Onda su la7: l’accostamento di pura provocazione tra una persona seria come Maurizio Landini e un mascherone inguardabile quale quello del narcisista/vittimista Marco Pannella, che metteva in campo tutte le sue arti insinuanti per intorbidare le reciproche posizioni. Sempre con quel sorriso a ghigno da predatore notturno sulle labbra.

Di certo le ragioni del fare spettacolo sono note, ma è lecito anche non condividerle.

Del resto l’incartapecorito Gandhi all’amatriciana, con relativo codino buzzurro, è un personaggio definitivamente screditato. L’ennesimo avventuriero che qualche volta è stato dalla parte giusta, sempre aggirandosi nei meandri della politica politicante. Un tipo che alla fine degli anni Sessanta, in quanto francofono, fu spedito a Parigi come corrispondente de Il Giorno diretto da Italo Pietra. Lì venne a contatto con i cinismi del nascente Postmodernismo che avrebbero corroso la tradizione di una Sinistra già di per sé in via di involuzione burocratica, anteponendo ai principi di azione collettiva le fanfaluche dell’individualismo desiderante e i deliri sulle identità che andavano a frammentare la coesione sociale. Tesi consistenti quanto il fumo delle sigarette Celtiques da Rive Gauche, ma che ci resero inermi di fronte al contemporaneo blitz dei paleoliberisti rimessi a nuovo.

Grazie al disarmo unilaterale a sinistra – favorito dai provinciali esibizionisti alla Pannella, ansiosi solo di épater le bourgeois – abbiamo avuto in dono quarant’anni neoLib; con il loro carico di crescenti disuguaglianze, di smantellamento degli apparati protettivi contro i rischi della vita, di prevalenza della Forza sui Diritti.

Anni in cui il primo obiettivo è stato quello di colpire il presidio sociale dei valori collettivi di Giustizia e Libertà: il lavoro organizzato. Lo ha fatto la Thatcher, hanno dato una mano i liberisti nostrani. Per questo appare sommamente offensivo quanto è stato fatto in trasmissione: accreditare il Pannella quale icona di una “Sinistra Liberale”, a fronte della “Sinistra Sociale” oggi incarnata dalla Fiom di Landini; consentirgli affermazioni fraudolente agganciando le proprie giravolte iomaniache alle battaglie di grandi personaggi liberal/liberisti quali Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Liberisti? Certo. Ma in un’Italia dove le politiche protezionistiche erano il marchingegno per l’affarismo sotto l’ombrello protettivo dello Stato.

Si dà il caso che da quarant’anni l’affarismo ha cambiato strategia: accaparrarsi i beni pubblici banchettando con il patrimonio dello Stato.
Tutto questo non turba il salveminiano apostata: la colpa sarebbe della sindacatocrazia. Ma per favore! Da tempo le centrali sindacali sono state messe nell’angolo e molta di quella nomenclatura si è riciclata da caporalato. Cioè hanno proseguito sulla strada compromissoria che Ernesto Rossi denunciava su Il Mondo già nel 1953. Contro cui insorgono oggi i metalmeccanici.

Va detto che il buonsenso di Landini ha impedito alle acrobazie verbali pannelliane di irretirlo. Sicché, alle insistenze dei conduttori che lo incalzavano per fargli ammettere inesistenti affinità con il promotore di referendum antioperai, ha opposto il ragionamento decisivo: valgono solo i comportamenti e i relativi effetti prodotti.

Nel caso di Pannella, il marchio da prototipo dell’avventurismo irresponsabile.

Forse sarebbe stato opportuno invitare tale personaggio, che ha trasformato il glorioso partito radicale in una protesi del proprio Ego, a lasciar perdere gli appelli alla democrazia. Specie per uno che cacciò dal partito il segretario nazionale in carica (si chiamava Giulio Ercolessi), definendolo gandhianamente “lanciatore di m.”, solo perché osava criticare il crescente culto della personalità del Capo.