Sto per andare in carcere. Tra poche ore sarò a Rebibbia femminile, proprio oggi che è l’8 marzo, la festa di tutte le donne. E sinceramente non so dirvi se questa coincidenza carichi o meno la visita di significato. Molto probabilmente dipende dall’accezione che diamo all’8 marzo e dal valore che diamo alle donne (e alla persone) ogni giorno della nostra vita. Certo è che, per le recluse di Rebibbia, oggi è un giorno come un altro e la nostra visita servirà a spezzare solo in parte la monotonia di giornate tutte uguali.

Nella sezione femminile vivono 380 detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 290. Il 70% sono straniere e il 30% italiane, in gran parte finite in carcere per reati contro il patrimonio e per favoreggiamento. Rebibbia femminile detiene due tristi primati: è il più affollato d’Italia, e il primo, nel Lazio, per numero di madri detenute insieme ai loro figli. Dietro alle sbarre vivono da reclusi 14 bambini dai zero ai tre anni. Piccoli detenuti per nascita e non per colpa, che condividono spazi ristretti, giornate noiose e persino i malanni. I bambini di Rebibbia soffrono tutti delle stesse patologie: sono le malattie della reclusione, come le bronchiti e l’asma, dovute al fatto di vivere in spazi chiusi e poco areati oppure la miopia e la mancanza di visione tridimensionale, per non essere abituati a vedere a lungo raggio.

Una condanna senza vergogna, che nessun paese cosiddetto civile dovrebbe mai accettare. Per loro, invece, è stata aperta una sezione-nido, un’associazione aberrante tra due parole così antitetiche, che fa rabbrividire nel collegamento immediato che trova con le altre due sezioni, quella femminile e quella maschile. E’ qui che le mamme e i piccoli di Rebibbia vivono tutto il giorno, in un dormitorio con annessa area giochi, la cui capienza massima è di 15 donne e 15 bambini, ma si è arrivati anche a sfiorare il tetto di 32 detenute madri insieme ai loro figli. Uno spazio comune, che all’apparenza, visto dall’interno, non sembra avere le sembianze di un carcere, salvo poi esserlo a tutti gli effetti. E non solo per le sbarre alle finestre, ma perché, nonostante le puericultrici e l’educatrice, non può chiamarsi nido quel che sorge dietro le sbarre. Così come non può dirsi infanzia quella vissuta in una prigione.

Da mamma libera, non so ancora cosa dirò alle mamme di Rebibbia. Il confronto, in questo caso, porta con sé tutti i limiti, le restrizioni e le regole imposte da un sistema detentivo inevitabilmente invadente. Quel che so è che un’alternativa alla detenzione carceraria dei bambini c’è ed è stata anche regolamentata. Ma non è mai partita. Questa alternativa si chiama Icam, istituto per la custodia attenuata delle detenute madri. L’Icam opera sul modello delle Case famiglia protette e non è certo la soluzione ottimale, ma resta pur sempre l’unica strada oggi possibile, in attesa che le modifiche legislative permettano alle madri detenute di fruire dei domiciliari. Il progetto, già partito in Lombardia, nel Lazio era stato avviato durante la precedente legislatura e aveva incassato il consenso non solo del Consiglio regionale, degli assessorati alla Sicurezza e all’Ambiente, dell’Ente Parco e del Garante dei detenuti ma anche del Comune di Roma, del Dipartimento amministrazione penitenziaria e degli uffici interessati presso il ministero di Giustizia. Era persino stato individuato un casale, nel parco di Aguzzano, in grado di ospitare 12 detenute con bambini, per la cui ristrutturazione l’assessorato regionale alla Sicurezza, nel 2009, aveva stanziato 450mila euro. A tre anni di distanza questo progetto non è ancora decollato.

Tre anni sono una vita per un bambino piccolo. Tre anni rappresentano l’età massima consentita per la permanenza in carcere di un figlio accanto alla madre. In tre anni un neonato ancora ignaro dello spazio intorno a sé, diventa un bambino consapevole di aver vissuto la propria infanzia in un ambiente estraneo. Quando c’è di mezzo l’infanzia, col tempo non si scherza, perché ogni giorno vale anni di emozioni che ti porti dietro a vita. In questi tre anni, invece, tutto si è fermato, tranne il carrozzone burocratico che, in compenso, ha lavorato molto. Dal 2010 a oggi il Consiglio regionale del Lazio ha prodotto due interrogazioni sulla detenzione in carcere dei minori da zero a tre anni, una mozione sugli Icam, approvata all’unanimità senza tuttavia aver avuto alcun effetto, e una proposta di legge per la realizzazione degli istituti di custodia attenuata, depositata e mai discussa. Siamo sempre alle solite: molti propositi, zero fatti.

Solo il 15 dicembre scorso la presidente Polverini riscopriva l’acqua calda, dando alla stampa una notizia vecchia come fosse nuova:  l’area era stata individuata, sempre la stessa, il casale nel parco di Aguzzano, senza però definire modi e tempi di attuazione del progetto. Ma perché questo impasse? Il motivo è squisitamente burocratico, sull’area in questione sorgono vincoli ambientali e per sbloccare l’iter sarebbe necessaria la riconversione e il cambio di destinazione d’uso del casale. Per questo si è riunita la Conferenza dei Servizi, di cui fanno parte il Comune di Roma, la Regione Lazio, il Dap e l’Ente regionale Roma Natura, che gestisce le aree naturali protette nel comune di Roma tra cui il parco di Aguzzano. Ma finora non ha prodotto nulla di fatto. Lungaggini burocratiche che lasciano riflettere se rapportate alla facilità con la quale si procede, in ben altre e più remunerative circostanze, ai cambi di destinazione d’uso o si concedono deroghe su terreni agricoli e vincolati. E se mai varranno superati questi scogli, saranno poi necessari altri tempi tecnici per portare la delibera di istituzione all’approvazione prima della Giunta e poi del Consiglio regionale.

Ecco, da mamma libera, cosa dirò alle mamme di Rebibbia. Dirò loro che l’infanzia non può aspettare, e che una cosa è giocare con i bambini e un’altra è prendersi gioco del loro futuro. Perché il carcere dovrebbe essere vietato ai bambini punto e basta. Oggi che è l’8 marzo, dedico questo articolo ai figli di Rebibbia, perché non debbano più chiedersi: che ci faccio io qui?