Ai tempi dell’università avevo un’idea molto precisa della Festa della Donna. Rametto di mimosa? No grazie. Amici e fidanzato lo sapevano bene e quando la casa si riempiva di pallini profumati sfoderavo la pazienza rassegnata di chi guarda le persone anziane, affezionate a un’abitudine antica che non ha più senso di esistere.

Su questo tema avevo elaborato la teoria della Festa del Negro. M’immaginavo di andare in un giorno prestabilito dal fruttivendolo pakistano e regalargli un ferrero rocher. Un gesto di gratitudine per il suo stato di soggezione permanente, come dire: “ehi negro, oggi possiamo guardarci nelle palle degli occhi. E guarda qui, c’è un cioccolatino per te. Che tra l’altro siete un po’ dello stesso colore”.

La teoria della Festa del Negro la serbo ancora adesso in un posto caldo e morbido del cuore, ma la conoscenza della realtà mi ha spinta a moltiplicare i punti di vista. Ho imparato a riconoscere un universo quasi inesauribile di trasparenze e non detti. Non solo il famigerato soffitto di cristallo* ma anche tutte le altre barriere sparpagliate in ogni dove. Muretti, pareti divisorie, paraventi, tramezzi, pannelli e paratie abbondantemente distribuite che neanche al Mercatone del Mobile. Ad esempio, nelle orchestre sinfoniche sono presenti molti più musicisti maschi che femmine. Un po’ di tempo fa negli Stati Uniti hanno incominciato a fare le cosiddette audizioni cieche, non si sapeva se chi suonava era uomo o donna. Guarda caso la presenza di musiciste donne nelle orchestre è salita vertiginosamente. Quelli che ancora nutrono dubbi sul fatto che queste barriere stiano dentro le teste delle persone o fuori, tanto vale aprirgli direttamente il cervello e farci una pista da pattinaggio.

Come tutte le feste comandate, l’8 marzo continua ad avere su di me l’effetto esaltante di un piatto di pastina in brodo a Santo Stefano. Ma dovendo elencare i motivi per cui ha ancora senso parlare della libertà delle donne non saprei neanche da dove cominciare, tanti ce ne sono. Per sceglierne uno segnalerei il rapporto con l’altro, l’uomo, che bisogna diventi un interlocutore consapevole della trasformazione in corso. E’ una trasformazione culturale ormai ineluttabile che alcuni per fortuna stanno già assecondando. Quando si parla di questi argomenti però molti altri si guardano intorno spaesati: “chi, io? Dici a me?”.

Si uomo, ragazzo, maschio insomma. Proprio a te.

*Il soffitto di cristallo è un’espressione che indica situazioni in cui l’avanzamento di una persona in una qualsiasi organizzazione lavorativa o sociale viene impedito per discriminazioni, prevalentemente di carattere sessuale o razziale.