Abbiamo incontrato Andrea Zanchetta, attivista di “Salva i ciclisti, movimento nato a seguito dell’iniziativa proposta dal quotidiano britannico The Times, promotore della campagna Cities Fit for Cycling (Città a misura di ciclisti) e sostenuta anche dal Fatto Quotidiano.

Ci siamo da subito appassionati a questa iniziativa, sin dal primo approccio abbiamo riconosciuto un forte slancio al cambiamento. Questa campagna internazionale propone una trasformazione che potrebbe realmente cambiare la visione delle nostre città, rendendole a misura d’uomo, dove un semplice cambiamento personale possa essere in grado di mutare la qualità della vita non solo del singolo, ma anche di chi lo circonda. Un cambiamento in cui le persone vengono per prime, basato su principi di condivisione degli spazi più equi, vivibili e soprattutto non dominati dal solo mezzo a motore. Una riqualificazione di un mezzo utile al corpo, all’umore e all’ambiente, economico e quindi popolare!

Un’iniziativa non certo isolata, ma rafforzata piuttosto dalla nascita di diverse associazioni no-profit, da un numero crescente di ciclofficine autogestite e sempre più cittadini che, attraverso azioni comuni di sensibilizzazione, blog e mezzi multimediali si fanno promotori dell’iniziativa, dimostrando una partecipazione nuova e motivata alla società civile.

Andrea Zanchetta ci racconta qualcosa in più di questa realtà e del cambiamento a cui mira. Tv popolare sposa gli stessi valori e lo stesso desiderio, e per questo vogliamo dare anche dalla nostra spazio e sostegno alla campagna.

“Racconta mio padre che, quando lavorava come operaio in fabbrica all’inizio degli anni ’70, ogni giorno si recava al lavoro in bici, con il risultato indiretto di essere etichettato come tirchio. Perché usare la bici, proprio nel pieno del “boom economico”, quando tutti si possono finalmente permettere una Fiat 500? Circa quarant’anni dopo, mio padre si giustifica con un intuitivo “La bici mi è sempre piaciuta, era meglio così”.
Oggi è cosa provata che la bici sia un mezzo di trasporto adeguato per spostarsi nelle città congestionate: costa poco e inquina ancora meno, è alla portata di tutti, è utile per chi lo fa e un gesto di civiltà nei confronti degli altri. Tutto molto romantico. Ma muoversi con la bici in città è davvero così “facile”? A guardare i fatti si direbbe di no.

Solo sulle strade italiane, negli ultimi dieci anni, quasi 2600 persone sono morte a causa di incidenti tra ciclisti e autoveicoli, 50 vittime solo negli ultimi due mesi, e naturalmente a trarne le conseguenze peggiori non sono gli automobilisti. Non si tratta di spericolati sportivi professionisti ma di pensionati, bambini o altra gente comune che per muoversi preferisce inforcare la bici piuttosto che sedersi dentro un’auto. Un tema scottante che però, nonostante gli sforzi, non riesce ad uscire dai ridotti spazi dell’underground culturale o dalle notizie di cronaca di provincia.

Questo fino a venti giorni fa, quando il prestigioso quotidiano britannico The Times si annuncia promotore della campagna Cities Fit for Cycling (Città a misura di ciclisti), con il fine di chiedere interventi strutturali in materia di sicurezza per la viabilità su due ruote. In Italia, sotto il nome di “Salva i ciclisti“, l’iniziativa viene ripresa da oltre 40 blog che trattano di cultura della bici e di mobilità sostenibile e sostenuta da migliaia cittadini di ogni parte d’Italia riuniti nel gruppo su Facebook.

Un esempio straordinario di partecipazione alla vita civile in versione 2.0. Solo successivamente arriva l’appoggio mediatico di testate giornalistiche nazionali e il timido sostegno di alcuni sindaci delle maggiori città italiane, Milano e Firenze tra le prime.

Ma #salvaiciclisti, dall’hashtag di Twitter, non si limita a sensibilizzare l’opinione pubblica e gli amministratori: in meno di quindici giorni dall’inizio della campagna diventa una proposta di legge presentata in Parlamento e ora in attesa di approvazione. Tempi da record, soprattutto se abituati alla politica nostrana.

Questa la cronaca. Ma nel quotidiano chi sceglie la mobilità sostenibile in città, che sia ciclista o pedone, si trova ingabbiato in un contesto pensato esclusivamente ad uso e consumo dell’autotrasporto privato. In questo senso, negli ultimi anni diventano significativi due fenomeni che dimostrano l’effettiva necessità di provvedimenti strutturali.
Da una parte, nascono molte associazioni no-profit e ciclofficine autogestite, impegnate nella diffusione la cultura della bici come mezzo di trasporto e nel trasferire alle municipalità le esigenze di coloro che fanno questa scelta. Dall’altra, le municipalità iniziano a distribuire vademecum nel tentativo di “riorganizzare” il traffico ciclistico, con risultati molto deludenti. La prassi vuole che tali vademecum si traducano in una mera lista di doveri senza alcun diritto, con qualche suggerimento informale e superficiale su come schivare le auto e – ciliegina sulla torta – in una lista di sanzioni a cui si potrebbe essere soggetti in caso non si seguissero le indicazioni appena esposte.

Al contrario, #salvaiciclisti chiede provvedimenti di tipo strutturale e culturale, a garanzia della sicurezza dei ciclisti. Tra gli 8 punti presentati, l’identificazione e la revisione degli incroci più pericolosi, la creazione di una nuova generazione di piste ciclabili attingendo da fondi già riservati alle infrastrutture e il limite di 30 km/h per le auto che circolano in centri urbani sprovvisti di piste ciclabili. Richieste così sensate e a portata di mano che c’è da chiedersi come sia possibile che non esistano ancora.

#salvaiciclisti non chiede la cancellazione delle regole, ad uso e consumo di un’anarchia ciclistica, tutt’altro. Si chiedono regole diverse, pensate per una città a misura di essere umano e in contrasto con la forma mentis della città a misura d’auto. Si chiede tutela per chi, in termini di sostenibilità, costa poco o nulla alla società ma nonostante questo non ha alcun diritto o beneficio.

Come mio padre allora, anche io oggi mi sono recato al lavoro in bici.

Utilizzare la bici per me assume il significato di libertà: dall’economia e dalle logiche del petrolio, dal problema del parcheggio e di quanto costa, dallo stress, dalla visione del mondo attraverso un finestrino. Mi sposto in modo veloce ed efficiente senza inquinare, non rubo spazio dove ce n’è già poco e il solo rumore che produco è il sibilo dell’aria attorno a me. Qualcuno sostiene che faccia persino bene alla salute ma sopratutto vi posso garantire che risparmio 50 euro per ogni pieno di benzina che non faccio.

Perché, alla fine, tutti si fanno anche due conti in tasca…”

Andrea Zanchetta