Gianfranco Manfredi è un personaggio eclettico, figlio della controcultura milanese degli anni settanta, cantautore e parte della redazione della storica rivista Re Nudo, poi sceneggiatore per il cinema e di fumetti, attività sulla quale negli ultimi anni si è focalizzato. Nei giorni scorsi è stato ospite del festival Bilbolbul con una lezione magistrale sullo scrivere seriale aperta al pubblico e alla presenza degli allievi  della Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli.

Sul suo sito è scaricabile gratuitamente “The fucking point” un intero corso “non convenzionale” di sceneggiatura, perché questa scelta?

Ricevo molti soggetti, sceneggiature e romanzi da persone che evidentemente sopravvalutano la mia influenza sul mondo editoriale. Così mi sono reso conto che la maggior parte presentano mancanze strutturali importanti, e mi venuta l’idea di raccogliere alcune mie lezioni pubbliche come quelle per la Scuola del Cinema di Milano, aggiornandole e mettendole a disposizione di tutti. In questo modo chi fosse interessato può avvicinarsi alle problematiche dello scrivere, un’attività non esattamente immediata come mangiare o camminare.

Confrontandosi con questi aspiranti autori avrà avuto modo di valutare cos’è cambiato fra i giovani che si avvicinano all’industria culturale a oggi rispetto agli anni settanta…

Per quanto riguarda i romanzi o i racconti oggi è più facile pubblicare perché esistono tante soluzioni che un tempo non c’erano, nell’ambito della sceneggiatura invece c’è una notevole mancanza di preparazione, anche se esiste una domanda molti stentano a capire che è una scrittura di tipo tecnico. La situazione è abbastanza paradossale, perché mostrano di non sapere proprio cosa sia una sceneggiatura, e questa è una cosa che si può imparare solo stando a contatto con l’ambiente del cinema, a costo di doverlo fare gratis.

Come è nata l’idea del suo ultimo fumetto “Shangai Devil”, ambientato in Cina durante la rivolta dei boxer del 1900?

Ho sempre avuto un certo interesse per la Cina, negli anni qualche storia cinese l’avevo inserita nelle mie serie. Questa volta ho avuto l’occasione di farne una lunghissima, di ben 18 numeri, credo un record mondiale per un fumetto storico, è stata una grande sfida per me e per i disegnatori.

Tornando agli anni settanta, al periodo del Re Nudo, della controcultura milanese in cui si è formato e alla quale ha contribuito, cosa le manca oggi?

Mi manca molto lo spirito collettivo del lavoro che si faceva allora, collettivo e disinteressato perché non si badava molto ai soldi anche se si lavorava molto. C’era un sapore di scambio che si è perso nel corso degli anni ottanta con il loro individualismo rampante. Aver perso quello spirito di cooperazione è una grossa mancanza soprattutto nel settore dei media perché è un ambito di lavoro dove si lavora assieme. Qualsiasi lavoro di questo tipo necessita talenti e capacità diverse che oggi più che mai ha senso far confluire dentro progetti collettivi. Chi propone le idee invece spesso lo fa in maniera solitaria, mentre negli anni settanta si formavano gruppi, come nei casi della fanzine, dove c’era un reciproco accrescimento culturale. Anche un piccolo film si faceva con 150 persone, e anche se il digitale ha ristretto le troupe, il senso di bottega attorno a questi mestieri è ancora importante

Parlando di cinema lei è stato fra gli autori di un film cult come Liquerizia, come è nato quel progetto?

In modo causale, stavo lavorando a un progetto molto impegnativo, un musical sull’inferno di Dante. Nel mentre un produttore ci propose un film molto semplice, di basso costo che però ci dava la possibilità di fare un film musicale sugli anni del rock ‘n roll che conoscevamo bene. In Italia se provi a proporre un musical o un film dove la musica abbia un ruolo fondamentale, ti guardano tutti come un pazzo da rinchiudere per cui abbiamo colto l’occasione al volo.  Questa ritrosia a produrre musical è anche il motivo per cui non ho fatto mai una regia, perchè avrei voluto girare un musical.

Prima ha accennato all’individualismo degli anni ottanta, è stato difficile per lei passare dal fermento culturale degli anni settanta alla Milano da bere?

In realtà credo che per chi lavora nell’ambito culturale, questo tipo di cambiamenti siano quelli che si sopportano meglio. Personalmente faccio molta più fatica con quelli tecnologici. “The artist” ha vinto l’Oscar parlando del periodo in cui si passò dal cinema muto a quello sonoro. Grandi carriere vennero distrutte in quella transizione, fu un periodo drammatico. Nella nostra generazione abbiamo visto fiorire l’industria degli Lp, poi quella dei Cd, adesso invece c’è  internet. Le trasformazioni sono continue e quelle che contano di più non sono certo quelle culturali ma quelle tecnologiche, chi non si adatta rimane tagliato fuori.

Che legame ha con Bologna?

Avevo un rapporto molto intenso con la città quando la direttrice culturale Milano-Bologna era qualcosa d’importante, poi in realtà tutte le direttrici che partivano da Milano si sono come estinte. Negli anni settanta venivo a Bologna per i concerti e per radio Alice, ancora oggi ho molti amici che sento via mail e ci capito un paio di volte l’anno.

In passato ha militato nei radicali, che ne pensa del fatto che abbiano prolungato con i loro voti l’agonia del governo Berlusconi?

E’ stato uno dei tanti clamorosi errori di Pannella. Sono stato iscritto ai Radicali negli anni delle lotte per i diritti civili, temi che non rientravano nell’agenda della sinistra e in quanto spirito anarchico mi sono trovato bene. Conosco e stimo Emma Bonino, ma credo che Pannella abbia fatto molti danni creando un partito personale (modello che ha fatto scuola) e eliminando ad uno ad uno tutti i giovani promettenti del partito sostituendoli con gente come Capezzone o Stracquadanio. L’unica cosa buona che si può dire è che non sono mai rimasti coinvolti in scandali di corruzione. Il sostegno a Berlusconi non mi ha stupito,Pannella aveva fatto lo stesso ai tempi di Tangentopoli.

di Daniele Rielli