Non si placano le polemiche sulla curia bolognese, definita dal mondo gay locale “ipocrita” nell’aver officiato i funerali di Lucio Dalla, omosessuale “non dichiarato” pubblicamente. Tutto nasce ieri pomeriggio, proprio nei minuti in cui la cerimonia funebre del cantautore ha avuto inizio nella basilica di San Petronio a Bologna, quando Lucia Annunziata dal programma In mezz’ora ha parlato di “mancato coming out” da parte di Dalla sulla sua omosessualità.

Alle parole della giornalista sono seguite le dichiarazioni delle associazioni gay bolognesi e del consigliere regionale dell’Idv Franco Grillini che hanno sottolineato l’ipocrisia della Chiesa bolognese nel trattare il caso del  “fedele” Lucio Dalla: “Uno ha diritto di dirlo e di non dirlo, se è gay. Dalla era gay e lo sapevano tutti, tutta Bologna e la chiesa cattolica. Era il segreto meno segreto che ci possa essere. Abbiamo rimproverato un atteggiamento dei giornali: se muore un poveraccio omosessuale, si dice tutto di lui; se muore un omosessuale famoso, nel momento in cui si fa un funerale non si può dire nulla”.

Risponde immediatamente con parole durissime il frate domenicano Bernardo Boschi, che ieri ha invitato sull’altare il compagno di Dalla, Marco Alemanno, per far raccontare al giovane attore come fosse cresciuto insieme al cantante bolognese negli ultimi otto anni di “convivenza” nella casa di via D’Azeglio in pieno centro città: “E’ una vendetta dei gay che volevano fare del cantante una bandiera. Coloro che parlano sono sciacalli, iene. Sputano sentenze su cose più grandi di loro”.

“Inoltre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore quando questi fa un certo cammino”, precisa Boschi, “Questi soloni che imperversano, dicendo che la Chiesa è ipocrita non sanno niente della Chiesa. Anche Gesù andava dalle prostitute perché si convertissero. Io sono andato tante volte a casa di Lucio e c’era anche Marco Alemanno, e non ho mai visto nulla. Davanti al Signore ogni cosa viene ricomposta, al di là delle nostre fragilità. Non vedo perché io debba fermarmi di fronte a etichette che servono solo a far parlare. Quel che è prevalso è che lui era un credente. E questo dovrebbe prevalere sempre”. Parole di fuoco che il frate ha ritrattato dopo circa un’ora: “Non volevo essere offensivo, per me il rispetto per tutti è la prima cosa”. E come se non bastasse sull’argomento è tornato subito il numero due dell’arcidiocesi di Bologna, monsignor Giovanni Silvagni: “Il funerale di Lucio Dalla è stato fatto con i criteri di qualsiasi altro cristiano. Non è stata la celebrazione di un funerale omosessuale, ma il funerale di un uomo”.

Lucio Dalla? Italiano sì, ma non padano. E’ arrivato dalle frequenze di Radio Padania l’affondo “culturale” sul cantante scomparso proprio mentre migliaia di bolognesi, e soprattutto di cittadini da ogni parte d’Italia, si mettevano per ore in fila nella camera ardente solo per sfiorare qualche secondo la bara del cantautore.

Sabato scorso all’interno della trasmissione Arte Nord, Andrea Rognoni, sodale dell’eurodeputato Mario Borghezio, ha visto bene di ricordare Dalla cominciando dal fondo: “Lucio Dalla è simbolo di un’Italia che non vorremmo, perché cantore delle esigenze e delle richieste che vengono dal Sud”. Motivo principale, non appartenere alla razza padana: “Il babbo era padano, ma la madre no. E soprattutto ha costruito un eclettismo un po’ fazioso e calcolato, mirato ad accontentare tutti i gusti del pubblico. Specialmente quello del centro-sud”.

Apriti cielo. Anzi aprite cuore, direbbe Dalla, il cuore padano. Una corruzione non solo razziale ma anche ideologica secondo Rognoni “figlia di quella cultura postsessantottesca che ha una visione del mondo cattocomunista ed ecumenista”. Gli esempi musicali del cantautore? “4 marzo 43 e L’anno che verrà dove è più importante trombare che lavorare o dove Gesù Bambino è un figlio di p…». E non bastano canzoni “padane” come Milano, “Dalla è un italiota, sagace autore dell’Italia ricolorita”. E dire che proprio giovedì a poche ore dalla morte del cantautore bolognese, durante la kermesse dei fedelissimi dell’ex ministro Maroni in un hotel di Bologna, hanno risuonato più volte le note delle più celebri canzoni di Dalla. O ancora che sabato scorso Manes Bernardini, giovane ex candidato per il Carroccio alla poltrona di sindaco della città, si sia soffermato davanti al feretro del cantante, visibilmente commosso, rimanendo un’ora a parlare con amici e parenti di Dalla proprio mentre Rognoni ne stroncava la figura.

Al cimitero poche persone davanti alla tomba. Pietra dello scandalo, dunque, la povera Jole Melotti, di origine pugliese, morta nel 1976 e sepolta nel cimitero della Certosa, da ieri pomeriggio a pochi metri dal punto in cui è stata tumulata anche la bara del figlio. Siamo nel recinto 10, campo 71, lato Sud. Lucio Dalla riposa in un loculo basso e nascosto, nel camposanto dove sono sepolti i bolognesi più o meno illustri.

Da ieri Dalla ha alle spalle i colli e guarda davanti a sé Bologna e la pianura. Per arrivare davanti alla lapide, dopo essere saliti per due rampe di scale, oggi non ci sono più le 800 persone che lo attendevano ieri al momento dell’arrivo del feretro. Il colpo d’occhio, infatti, è strano. Dopo tre giorni in cui migliaia e migliaia di persone si sono susseguite per accarezzare il feretro e seguire i funerali nella basilica di San Petronio, questa mattina davanti alla tomba non c’è stato un afflusso minimamente paragonabile a quello dei giorni scorsi alla camera ardente e al funerale.

L’arrivo discreto di Adriano Celentano, accompagnato da Claudia Mori, Gianni Morandi e dal produttore Gianmarco Mazzi, trattenutisi insieme alcuni minuti in preghiera davanti alla tomba, è stato riportato dalle agenzie di stampa, ma attorno a mezzogiorno a parte un paio di signore con gli occhiali scuri e una coppia di mezza età che ha lasciato un fiore con un bigliettino, per almeno una mezz’ora non è passato nessuno.

A ricoprire la facciata della lapide del cantante si distingue chiaramente la corona di anthurium donata da Giorgio Napolitano in persona (c’è scritto “Il Presidente della Repubblica”, n.d.r.) e di fronte, appoggiati alla balconata che dà quasi sopra la tomba di Giacomo Bulgarelli, i girasoli mandati da Vasco Rossi, la corona di orchidee e rose degli Stadio con la scritta “Ciao Ragno”, la coroncina di Julio Iglesias oramai sepolta da mille altre e le rose rosse della Siae Bologna con una fascetta “Te vojo bene assaje”.