La vicenda Alcoa è lo specchio in cui il Sud dovrebbe guardarsi per accorgersi di aver toccato il fondo.

Sono stato a trovare i lavoratori Alcoa in presidio permanente sotto al Ministero dello Sviluppo economico a Roma. Lavoratori arrivati dalla mia terra, la Sardegna, per chiedere al Governo dei professori di fare qualcosa per l’azienda dove lavorano e per il loro territorio, che soffre uno dei livelli più alti di disoccupazione giovanile d’Italia.

L’americana Alcoa è una delle più grandi aziende al mondo nella produzione di alluminio. All’inizio dell’anno ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Portovesme in provincia di Carbonia-Iglesias che dà lavoro a circa 1.000 persone.  Il prezzo dell’alluminio è crollato e i costi delle materie prime sono aumentati. L’azienda vuole ristrutturarsi e decide di chiudere, tra gli oltre 25 impianti che ha sparsi per il mondo, proprio la fabbrica sarda, perché i costi dell’energia elettrica sarebbero “non competitivi”, malgrado da 15 anni goda di agevolazioni statali sulle tariffe energetiche. Gli operai chiedono al governo di intervenire sulla bolletta energetica per convincere Alcoa a rimanere o in alternativa di trovare un acquirente per continuare la produzione. Il governo non sta facendo praticamente nulla.

L’Alcoa è lo specchio di un Meridione ormai in una crisi che rischia di diventare irreversibile.

Il reddito pro capite al Nord è quasi doppio rispetto a quello del Sud. Più passano gli anni, più il divario aumenta. Perché il Meridione subisce un’inarrestabile e profonda deindustrializzazione che lo costringe a una duratura recessione. L’occupazione continua a calare, non solo per effetto della crisi. Meno di un ragazzo su tre è occupato. La migrazione verso il Nord è altissima: dal 2000 al 2009 ben 583 mila persone hanno abbandonato il Sud. L’invecchiamento della popolazione è preoccupante. Le infrastrutture – strade e ferrovie – sono a livelli drammaticamente arretrati (nella mia Sardegna la rete non è nemmeno elettrificata). Il dissesto idrogeologico del territorio è spaventoso. Gli investimenti privati sono in calo costante. I livelli di economia sommersa restano elevatissimi. La criminalità organizzata mafiosa continua a essere padrona di territori ed economie e a porre una ipoteca enorme sullo sviluppo del Sud.

Diceva Antonio Gramsci: “il Sud è l’emblema del fallimento del capitalismo italiano”.

Negli ultimi anni abbiamo subito la retorica leghista e le politiche per il Sud berlusconiane riassumibili nella follia del ponte sullo Stretto e nella inutile militarizzazione del territorio. Come se non bastasse miliardi di euro dei fondi FAS sono stati tagliati e spostati altrove. Una vera e propria politica antimeridionalista.

Il Sud, invece, è una straordinaria risorsa dell’Italia e una grande opportunità di sviluppo e crescita economica per l’intero Paese.

È giunto il tempo di reinventarsi un meridionalismo che non insegua folli separatismi e che non ripercorra la strada del clientelismo e dell’assistenzialismo.

Occorre promuovere un grande piano di investimenti per il Mezzogiorno, rilanciando l’intervento pubblico nell’economia, aumentando la presenza e l’impegno finanziario dello Stato verso il Mezzogiorno, perché quella è la priorità che va introdotta, se si vuole voltare pagina, intervenendo seriamente e concretamente per ridurre il divario tra il Nord e il Sud e per rilanciare la crescita del Paese.

Nuove politiche industriali, sviluppo delle infrastrutture, piano per il lavoro e l’occupazione.

E, infine, dobbiamo ribaltare la prospettiva con cui abbiamo guardato sino ad ora al Mezzogiorno: non più Sud d’Italia e d’Europa, ma centro dello sviluppo Euro-Mediterraneo.