L’obiettivo del decreto sulla concorrenza è aumentare l’efficienza e la crescita. Le riforme potranno ridurre il costo della bolletta energetica, delle assicurazioni o dei servizi notarili. Ma se ciò avverrà senza tradursi in un netto guadagno di efficienza e di possibilità di spesa per l’economia nel suo complesso, il “più” dell’utente sarà il “meno” del produttore che prima delle liberalizzazioni beneficiava di rendite monopolistiche. È l’effetto netto delle liberalizzazioni che fa salire il Pil: ottenere un “più 1 per cento” di crescita aggiuntiva non sarà facile.
di Francesco Daveri*, 27 Gennaio 2012, lavoce.info

Il decreto legge sulla concorrenza, le liberalizzazioni e le infrastrutture mira a promuovere la concorrenza nei settori che producono energia, servizi bancari e assicurativi, servizi di trasporto (inclusi i taxi), nel commercio e nella distribuzione dei carburanti, dei prodotti farmaceutici oltre che nei servizi professionali. Nell’insieme, le misure non sono un elenco di liberalizzazioni generalizzate ma piuttosto una combinazione di istanze e provvedimenti liberali e di interventi di riorganizzazione di interi settori dall’alto, dunque inevitabilmente un po’ dirigisti. Come ricordavano Luigi Guiso e Fabiano Schivardi sul Sole 24 Ore, invece di ampliare il numero delle licenze di notai, tassisti e farmacie si potrebbero fissare standard di accesso, raggiunti i quali l’ingresso potrebbe avvenire senza essere vincolato dagli attuali limiti numerici. Comunque, il decreto va finalmente oltre le affermazioni di principio e gli annunci di grandi riforme costituzionali che avevano dominato il dibattito politico negli ultimi mesi. Si tratta di un grande passo avanti rispetto alle chiacchiere sulla necessità delle riforme di cui si parlava da vent’anni senza arrivare mai a qualcosa di concreto.

Il decreto serve se promuove efficienza e crescita
Il problema dei problemi per i mesi a venire è se il decreto sarà davvero efficace nel promuovere l’efficienza e con questa anche la crescita economica. Alla fine della giornata famiglie e imprese non mangiano pane ed efficienza. È il Pil, cioè il reddito prodotto e la spesa garantita da questo reddito, la voce che riempie il carrello della spesa e aggiusta i bilanci aziendali. E qui il comunicato della presidenza del Consiglio è stato piuttosto chiaro. “Le liberalizzazioni e (..) la riduzione delle rendite nel settore dei servizi al livello medio degli altri paesi dell’euro si assocerebbe, nel medio periodo, a un aumento del prodotto (mio commento: presumibilmente, nei settori coinvolti) dell’11 per cento”. Le stime proposte dai tecnici dell’Ocse, della Banca d’Italia e del Centro studi Confindustria portano a valutazioni di maggior crescita potenziale del Pil di medio-lungo periodo (vuol dire “da qui a 5 anni”) per 1 punto aggiuntivo all’anno rispetto allo scenario precedente al provvedimento. “Più un punto percentuale di Pil” vuol dire nuovi redditi e nuove spese di 15 miliardi di euro in più l’anno – ogni anno. Come osservato anche su questo sito, sono stime difficili da fare senza conoscere tutti i dettagli dei provvedimenti che sono ancora in molti casi da precisare. Qualche cosa però si può dire.

La torta del decreto
Un passo preliminare per valutare se le previsioni di Mario Monti sono plausibili è quello di calcolare l’ordine di grandezza del totale delle voci di spesa a cui potrebbe applicarsi, in linea di principio, il decreto. Per fare i calcoli e ottenere quella che potrebbe chiamarsi la “torta del decreto” si possono usare le informazioni contenute nelle tavole input-output recentemente pubblicate dall’Istat per l’anno 2008. Contengono informazioni dettagliate sugli scambi tra le imprese dei vari settori (ciò che in gergo viene a volte chiamato il “B-to-B”, business-to-business) di solito ignorati dalle statistiche della contabilità nazionale pubblicate con maggiore frequenza. I risultati di questi calcoli sono riportati nella tavola e sono organizzati in tre colonne e in una quarta riassuntiva.


Nella colonna (1) sono riportate le spese in beni e servizi “da liberalizzare” (energia, trasporti via terra, banche, assicurazioni, farmaci, attività professionali e commercio al dettaglio) effettuate da imprese che operano nello stesso settore liberalizzato. Dalla colonna si apprende che i beni e servizi scambiati tra aziende che producono servizi simili sono a volte significativi, soprattutto per i servizi professionali (gli architetti hanno bisogno dei notai, così come i notai degli architetti e degli avvocati) e per i servizi energetici, e meno per gli altri settori in via di liberalizzazione. Nel complesso i servizi da liberalizzare si “auto-vendono” ad altre imprese del loro stesso settore quasi 58 miliardi di euro di beni e servizi.

La colonna (2) contiene la voce più consistente (291 miliardi) e rappresenta gli acquisti di servizi da liberalizzare effettuati dalle imprese di altri settori. La Fiat ha bisogno di notai e carburante, ma la stessa necessità hanno anche la Ferrero e i produttori di Parmigiano-Reggiano. Anche in questo caso, tra le varie voci, le attività professionali fanno la parte del leone: le altre aziende italiane acquistano servizi professionali per 150 miliardi di euro, quasi tre volte di più di quanto le stesse imprese spendano per la bolletta energetica e per i servizi finanziari e assicurativi. In “trasporti” se ne vanno 23 miliardi circa, l’8 per cento del totale degli acquisti di servizi da liberalizzare da parte delle “altre” imprese.

La colonna (3) riporta la spesa delle famiglie dedicata ai servizi da liberalizzare. Mostra che le loro abitudini di spesa sono molto diverse da quelle delle imprese: le famiglie fanno un uso molto limitato dei servizi professionali, mentre – al contrario delle imprese – acquistano massicciamente i servizi di commercio al dettaglio che rappresentano più di metà dei loro acquisti. Anche la voce trasporti è ben più importante per le famiglie (35 miliardi) che per le imprese (29 miliardi nel suo complesso).

La colonna (4) riassume l’entità della torta o, per dirla in gergo televisivo, la audience complessiva delle liberalizzazioni. Si vede così che il decreto Monti potrebbe riguardare spese complessivamente pari a 614 miliardi di euro, grosso modo il 40 per cento del Pil. La voce più elevata, pari a 192 miliardi, il 32 per cento del totale, è dato dai servizi professionali che sono massicciamente impiegati dalle aziende (per 150 miliardi) e molto meno dalle famiglie. Il che può aiutare a capire come mai il mondo delle imprese sia così nettamente schierato in favore della riforma e della liberalizzazione degli ordini professionali. Dati non riportati nella tavola indicano che sono i servizi ad avvalersi intensamente delle attività professionali che spesso rappresentano una voce superiore al 10 per cento del valore della produzione nel terziario (commercio al dettaglio e all’ingrosso, attività informatiche, trasporto aereo), mentre nel manifatturiero il costo per attività professionali raramente supera il 5 per cento del valore della produzione.

La torta del decreto e la crescita
In prima approssimazione si può dire che il decreto Monti mira ad aggiungere, a regime, alla torta di 614 miliardi appena descritta un valore di 15-30 miliardi di euro l’anno, una cifra che potrà valere il 2,5 per cento del totale delle spese di adesso. Per farci un’idea approssimativa di se e come potrà arrivare la crescita sperata dobbiamo dunque moltiplicare per 0,025 le voci della colonna 4 e chiederci: con le riforme proposte, i servizi professionali potranno portare a una spesa più elevata di 4,7 (=0,025 per 192) miliardi in più ogni anno? E da dove potrà arrivare la spesa aggiuntiva? Nel caso dei servizi professionali, probabilmente saranno le famiglie a farne maggior uso, beneficiando dell’aumentata e più variegata offerta.
In generale, le riforme proposte potranno ridurre il costo della bolletta energetica, delle assicurazioni o dei servizi notarili.

Ma per la crescita non basta. Se ciò avverrà senza tradursi in un netto guadagno di efficienza, il “più” di qualcuno (l’utente di energia elettrica che paga una bolletta più bassa o un conto meno salato dal notaio) sarà il “meno” di qualcun altro (il produttore di energia elettrica o il notaio che prima delle liberalizzazioni beneficiavano di rendite monopolistiche). Come insegnano gli statistici economici, è l’effetto netto delle politiche che conta: per far crescere il Pil (e la spesa) occorre che l’efficienza e i redditi aggiuntivi generati dai risparmi e dalle ristrutturazioni aziendali e di settore siano così consistenti da più che compensare le chiusure e le riduzioni di reddito dei produttori inefficienti – quelli che si stanno facendo sentire nelle piazze in questi giorni. Non sarà facile. Ma è solo vincendo la sfida della modernizzazione e dell’apertura di una società oggi bloccata dai veti e dagli interessi particolari che l’Italia riuscirà a uscire in piedi dalla crisi.

*E’ professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Parma. Insegna anche nel programma MBA della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha collaborato con la Banca Mondiale, il Ministero dell’Economia e la Commissione Europea.