Stamattina, alle 6.40, da un fosso sotto la via Flaminia, saliva un fumo scuro. Da quelle parti, all’altezza del Raccordo Anulare, c’è un piccolo canale di scarico. Lì, circa un mese fa, è stato trovato il corpo assiderato e senza vita di un clochard di sessant’anni, è stata la prima vittima dell’inverno. A Roma ci sono uomini che si battono per non congelare. Spesso, nei telegiornali o sulle agenzie di stampa, le notizie sui morti di freddo finiscono tra le previsioni del tempo. È un modo per rimarcare che il freddo è molto intenso e chi esce da casa farebbe bene a mettere sciarpa e cappello. Lo trovo più stupido che irriguardoso. È come se mettessero le notizie degli incidenti stradali nella pagina dell’oroscopo.

Ho incominciato a scrivere questo post dopo aver letto l’articolo di Alessandro Beretta apparso su La lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, col titolo Il romanzo della crisi: l’occasione d’oro della narrativa italiana. Nell’articolo ci si domanda se l’attuale crisi economica non possa rappresentare per gli scrittori italiani una nuova opportunità per raccontare la vivida realtà dei giorni nostri, una realtà fatta di licenziamenti, di rimozioni, di tracolli sociali. Mi chiedevo, allora, perché non compiere un passo ulteriore, perché non andare a spiare cosa succede in quei fossi da cui all’alba si innalzano i fumi scuri dei falò, perché non toccare con mano il grado zero della civiltà dei consumi e provare a raccontarne l’estrema propaggine, l’ultimo segmento, la frangia che termina l’uomo in quanto essere sociale.

Qualche tentativo in questa direzione è già stato fatto. Penso a quel bellissimo romanzo di Veronica Tomassini, Sangue di cane, uscito nel 2010 presso l’editore Laurana, in cui si narra dell’amore di una ragazza siciliana per un semaforista alcolizzato di nazionalità polacca. Le reazioni di molti lettori, spesso feroci, colpiti dalla crudezza di certe parti del racconto, mi hanno indotto a riflettere su quanto siamo impreparati ad affrontare il tema dell’indigenza assoluta, suprema, di come nel momento in cui i poli della civiltà e quelli dell’inciviltà prodotta dalla miseria si toccano, si scateni un cortocircuito ancora in larga parte insopportabile e indigesto.

Più che testimoniare la realtà visibile, allora, la narrativa contemporanea dovrebbe documentare l’invisibile, il tempo, appunto, in cui i poveri – ho in mente la povertà assoluta, quella più dura, la condizione di vita contraddistinta dall’incapacità di soddisfare i livelli minimi di sostentamento umano – si nascondono nei fossi, un tempo in cui la povertà fa più paura della delinquenza e della solitudine. Raccontare la crisi significa pensare a cosa succede quando la miseria conduce alla soppressione dello Stato inteso come garante della supremazia del diritto e delle libertà dell’uomo. Quando viene meno lo Stato, poiché nell’invisibilità non viene più riconosciuto alcun ordinamento superiore, cos’è che occupa il posto dello Stato? Può provare, insomma, la letteratura a dare risposte a tutto questo o dobbiamo rimanere per sempre vincolati a una superficiale, volubile, meditazione sulla crisi (l’ennesima) della società borghese?