La sventagliata di declassamenti era attesa. La tripla A della Francia nei trading floor aveva ricevuto pietosa sepoltura mesi fa. Anche senza S&P sappiamo che Bot e Btp sono appesi alla corda degli interventi della Bce sul secondario (e al mezzo trilione di euro concesso alle banche europee per fare arbitraggi a rischio zero). Investitori istituzionali ma anche piccoli risparmiatori non attendono gli annunci delle agenzie per formulare un giudizio sul debito di un paese avanzato. Al massimo trovano una conferma alle loro analisi.

Un rating dovrebbe riflettere la probabilità che un debitore fallisca. Ma il concetto di fallimento per uno stato sovrano ha contorni ambigui. Il Portogallo, l’Irlanda e la Grecia non erano in grado di far fronte agli impegni ma con l’intervento del Fmi hanno evitato (formalmente) la bancarotta. Gli Usa non si troveranno mai nella condizione di non poter ripagare il proprio debito (denominato in dollari): basta stampare moneta. L’inflazione e la svalutazione sono una forma alternativa di default. Cambia chi subisce le perdite. In tempi di grandi rivolgimenti un rating è una guida imperfetta, e talora fuorviante, per le scelte di investimento.

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012