La Francia perde la tripla A, mentre l’Italia va in serie B. Retrocediamo a braccetto con i nostri cugini transalpini. Le reazioni dei rispettivi governanti però sono diverse; mentre Alain Minc, consigliere del presidente francese, cioè non proprio uno sconosciuto, dichiara testualmente che “Fare una cosa così la settimana in cui i mercati europei si normalizzano, come ha fatto notare Mario Draghi, significa che non abbiamo più a che fare con dei pompieri piromani, ma con persone dai gravi comportamenti perversi”, fonti ministeriali italiane sottolineano che “C’è una voglia di resistere tutti assieme di fronte a un attacco all’Europa” e che Mario Monti “intende affrontare la questione lunedì con il Presidente del Consiglio, Van Rompuy, per invitare le istituzioni europee ad agire al più presto sul fronte della crescita”.

Il Governo francese si arrocca; perché se parla il consigliere del presidente la posizione si può tranquillamente attribuire alla massima autorità , a meno che Minc non venga licenziato domattina; prende una posizione sdegnata verso Standard & Poors parlando di “comportamenti perversi” mentre separatamente il Ministro dell’Economia e delle Finanze Francois Baroin dichiara che “non ci saranno nuove manovre” e “non ci faremo dettare la politica dalle agenzie di rating”. Il nostro Presidente del Consiglio invece invita l’Europa a fare quello che non si è fatto da noi e cioè a premere per la crescita (altrove) mentre qui ci stiamo digerendo la manovra più recessiva degli ultimi cento anni, con probabili morti e feriti.

Eppure, a ben guardare, qualche motivo per tirare le orecchie alla Francia ci sarebbe, se è vero come è vero che il loro deficit percentuale sul Pil viaggia spedito oltre il 5% e cioè ben oltre quel 3% considerato solo un paio di anni fa come il limite invalicabile oltre il quale la Ue avrebbe applicato sanzioni agli stati colti in flagrante (se non si chiamano Francia o Germania); e poi, dio mio, il sistema previdenziale francese ha causato nel 2010 una voragine di disavanzo mentre quello italiano dava un attivo di mezzo miliardo di euro e, alla fine di una lunga transizione, in Francia si andrà in pensione anticipata (dal 2015) a 62 anni e in pensione di vecchiaia (nel 2020) a 67 anni.

Eppure la stabilità del sistema pensionistico,è proprio ciò che Monti si sta vendendo alla Ue (si legga Merkel e Sarkozy) per convincerla a darci più credito di quanto sarebbero disposti a fare dopo la sua manovra ispirata al motto “dalla scrivania alla tomba, senza passare dall’Inps”. Qualcosa non quadra; chi ha i conti previdenziali in dissesto senza prospettiva di metterli a posto troppo presto e un deficit primario preoccupante dichiara da subito che non farà manovre e definisce “pompieri piromani” e “perversi” coloro che abbassano il loro tasso di fiducia; forse pensa di uscirne con misure inflattive ma di crescita (maledetto Keynes). Invece chi i conti previdenziali li aveva già a posto fa manovre depressive cominciando proprio dal drastico taglio del potere d’acquisto di pensionati e pensionandi e poi suggerisce all’Europa di spingere sullo sviluppo.

Prevengo le obiezioni generalmente non troppo benevole di alcuni commentatori: da un ingegnere che ha la sfrontatezza di parlare di economia, materia che dovrebbe essere riservata alle sagrestie delle banche e alle efficienti aule di qualche università (meglio se privata) non ci si deve aspettare che capisca; e infatti io non capisco; e non mi capacito di come mai, nel mio non capire giungo a conclusioni nelle quali mi trovo in buona compagnia; ad esempio: Felice Roberto Pizzuti, professore di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza: “Se per salvare l’Italia e l’Europa si assumono approcci “rigorosi” come quelli impliciti nella manovra del governo Monti, gli effetti – peraltro già sperimentati – saranno socialmente iniqui ed economicamente controproducenti”. Oppure, Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata: “Scegliere una manovra lacrime e sangue per l’Italia è una follia e quello che è accaduto in Grecia dimostra che le mie non sono chiacchiere accademiche. Qui dopo una manovra lacrime e sangue stanno peggio di prima. Non soltanto il Pil è crollato ed il debito pubblico è peggiorato ma lo stesso Fondo monetario internazionale si è dovuto arrendere, riconoscendo di aver sbagliato. Non dobbiamo fare quello stesso errore proprio perché abbiamo la Grecia davanti agli occhi”.

Infine l’appello di un gruppo di circa 150 economisti: “…I mercati sanno molto bene tutto ciò e riconoscono che senza crescita perseguire la stabilità dei conti è illusorio. Gli spread italiani rimangono alti malgrado la manovra, o forse a causa della manovra. Premiano piuttosto piani di politica economica come quelli della Spagna, in cui il raggiungimento degli obiettivi di pareggio è più distante nel tempo, l’attenzione alla coesione sociale in un momento difficile è maggiore, la spesa per le fasce più deboli non è diminuita e l’esistenza di un piano operativo per gli sprechi e migliorare la domanda pubblica è chiaramente esplicitato.”

In conclusione: ci si salva con algidi tecnici economisti oppure con solidi governanti (che purtroppo non si vedono da nessuna parte dell’orizzonte) in contatto con la vita della nazione e disposti a rispondere per le rime agli altezzosi ambienti economici internazionali e vogliosi di combattere contro gli speculatori? Aiuta di più a scegliere bene avere nella propria memoria storica una presa della Bastiglia oppure venti anni di dittatura?