Cara Angela, la tua strategia sta facendo crollare l’Europa, l’ideale sarebbe stracciare tutto quello che tu e Nicolas avete fatto in questi due anni, o almeno cambiare subito direzione. Non poteva essere così diretto, per carattere e per ruolo, ma è questo ciò che Mario Monti ha cercato di far capire ad Angela Merkel, che lo ha accolto a Berlino per un incontro bilaterale davanti all’esercito schierato che suonava l’inno di Mameli.

“Io non posso avere successo con la mia politica di rigore e con la mia richiesta di sacrifici agli italiani se la politica dell’Unione non cambia”, ha detto il premier in una lunga intervista con il conservatore Die Welt pubblicata ieri mattina. Che è un modo garbato per dire che se la Germania non cambia linea tutto diventa inutile. Angela Merkel è tesa, mai un sorriso, più che l’apocalisse dell’euro sembra preoccuparla lo scandalo che potrebbe portare alle dimissioni il presidente tedesco Christian Wulff, che prima ha ricevuto uno strano prestito da un industriale e poi avrebbe minacciato il giornalista in procinto di dare la notizia. Wulff è stato sostenuto dalla Merkel, che ora evade le domande in materia. Nessun cronista chiede invece a Monti commenti sulla vicenda delle dimissioni di Carlo Malinconico.

Ma il tema in agenda è la crisi dell’euro. L’Italia ha capito di aver ottenuto una piccola vittoria tattica quando, mercoledì sera, Monti e la sua squadra di collaboratori hanno potuto leggere a palazzo Chigi l’ultima bozza del “fiscal compact”, il trattato internazionale che sarà alla base dell’Unione fiscale a 26 (Londra è fuori). Dal testo è scomparsa l’accelerazione che gli sherpa tedeschi chiedevano ai tavoli tecnici: il debito va ridotto dal 2014 e non dal 2013, l’Italia ha un anno in più per prepararsi. Ma poi dovrà tagliare un ventesimo all’anno la parte di debito pubblico in eccesso (cioè sopra il 60 per cento del Pil, per noi sono oltre 900 miliardi di euro). E con crescita bassa significa manovre pesantissime ogni anno, da decine di miliardi. Somme forse ammorbidite se verrà data l’interpretazione più favorevole dei “fattori rilevanti”, cioè il basso indebitamento privato degli italiani e la solidità del sistema previdenziale, o se il Paese entra in una recessione pesante da non aggravare.

Visto lo sfacelo sui mercati, però, queste ormai sono minuzie. Nel 2013 o nel 2014 l’euro potrebbe non esserci più, ormai tutti i contratti finanziari relativi all’Eurozona devono includere lo scenario “break-up”, rottura, anche un analista di Fitch ieri ha detto che senza un impegno maggiore della Bce, anche per creare una rete attorno all’Italia, l’euro è spacciato. L’architettura sempre più barocca che l’Europa sta costruendo, con la regia tedesca, è solo fumo: ieri la Merkel ha lasciato intendere che la Germania potrebbe fornire “più capitale” all’Esm, il Meccanismo di stabilità, cioè l’evoluzione del fondo salva-Stati Efsf che dovrebbe nascere entro il 2013. Ma i trattati che lo regolano sono già pronti, difficile che Berlino voglia riscriverli, l’Esm avrà al massimo 500 miliardi a disposizione. Peanuts, noccioline, come dicono gli operatori, troppo pochi per rassicurare i mercati.

Per questo Monti sta provando – ieri e il 20 gennaio a Roma nel vertice con Sarkozy – a convincere la Merkel che serve fare qualcosa di diverso dalla linea “pentiti e soffri per espiare i tuoi debiti” dettata finora dalla Germania. La “strategia Monti” è questa: meno Germania e più Europa, cioè meno sacrifici e più mercato unico, il pilastro europeo che il premier conosce meglio per averlo gestito da commissario tra il 1995 e il 2004. Gli sherpa di Monti sono al lavoro da settimane per inserire nel “fiscal compact” dedicato al rigore anche emendamenti che spingano la crescita, “serve il mercato unico per liberare impulsi di crescita”, ha ribadito ieri in conferenza stampa a Berlino il premier. Gli emendamenti sono stati bocciati dalla Germania incapace di valutare altre variabili oltre a debito e deficit.

L’idea di Monti è questa: solo se si torna a integrare le economie europee, con meno barriere alla concorrenza, con imprese che possono entrare in mercati di altre nazioni finora chiusi (tipo quello francese dell’energia e delle utility) i mercati avranno la sensazione che il rigore contabile tedesco sarà il cemento per le fondamenta di una nuova Europa e non il cappio che impicca quella attuale. E pure i cittadini cominceranno a vedere qualche miglioramento. “Il 20 gennaio ci saranno posizioni congiunte sulle questioni europee di Francia, Germania e Italia, avete sentito dalla viva voce del cancelliere quanta attenzione c’è per la crescita”, ha sottolineato ieri Monti. Peccato che la Francia non abbia alcuna intenzione di esporre la sua economia a maggiori pressioni competitive, specie alla vigilia delle elezioni presidenziali.

Monti sta incontrando parecchie difficoltà a riformare e liberalizzare il mercato italiano. Non sembra destinato a migliori fortune a livello europeo, dove, invece che con il tassista Loreno Bittarelli, deve trattare con Sarkozy e Merkel. Ma almeno la nuova “linea Monti”, più concorrenza e meno tagli, sembra l’unica novità nella gestione di una crisi che Merkel e Sarkozy non sanno minimamente come risolvere.

Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2012