Mentre stiamo attendendo il Godot governativo della “Fase Due” (rilancio di un Paese ormai incapace cronico di produrre ricchezza sociale; dopo quella “Uno” di tamponamento, che – in sostanza – ha ulteriormente compresso le condizioni materiali nell’area centrale della società, acuendo dinamiche all’esclusione) induce non poche perplessità apprendere dalla viva voce dei supremi reggitori dei nostri destini che il cuore della manovra ipotizzata ruota attorno a un termine ambiguo (ovvero a dir poco sospetto; stanti le esperienze fatte) quale “liberalizzazione”. Ossia il mix – svendita dei beni pubblici e creazione di monopoli privati sotto forma di dono grazioso ai “soliti noti” – che ha impoverito lo Stato e incrementato il taglieggiamento dei cittadini; tra l’altro, pure peggiorando la qualità del servizio.

Su queste pagine già si è parlato della rete autostradale ridotta a bancomat del gruppo Benetton. Potremmo proseguire analizzando i molti casi di municipalizzate privatizzate che, inseguendo il dogma dell’efficienza intesa come amputazione di rami aziendali, aggiustano i conti economici decimando gli organici e – di conseguenza – riducendo le prestazioni erogate all’utenza. Per non parlare della trasformazione in semplici operazioni immobiliari di tutte le aziende finite in stato di crisi per l’incapacità manageriale delle rispettive dirigenze, tipo Fincantieri. E – in questo caso – oggetto di liberalizzazione sono non le attività (posti di lavoro inclusi), ma solo gli immobili e le aree aziendali di pregio; magari da trasformare in multisala o ipermercati. A conferma dell’assonanza tra liberalizzazione e speculazione, che la dice lunga sulle virtù imprenditoriali dei cosiddetti “capitani coraggiosi” che si accaparrano pezzi importanti di ricchezza collettiva.

Insomma, la strada preannunciata per riprendere la via dello sviluppo ingenera il ragionevole sospetto dell’ennesimo marchingegno a danno della collettività. Anche se te la raccontano in modi sobri e pensosi. Come quando ti spiegavano che si salvava il Paese soccorrendo il sistema bancario sull’orlo del baratro (perché ingolfato dai finanziamenti inesigibili, erogati ai vari Ligresti o don Verzé; ulteriore esempio della qualità manageriale che urgerebbe liberalizzare dai lacci e lacciuoli, tanto per quanto riguarda i finanziatori come i finanziati: se combinano tanti guai ora, figuriamoci come si scatenerebbero nel paradiso della liberalizzazione!). Eppure, davanti allo scempio di ricchezza sociale, il mantra è sempre lo stesso: non ci sono alternative. Una frottola clamorosa. Che si smaschererebbe subito se solo tornassimo a considerare nella giusta luce l’importanza della funzione regolativa dello Stato. Anche in termini di equità presa sul serio (che favorisce il diffondersi dell’essenziale variabile economica chiamata “stabilità”).

Ma qui non si parla di Stato imprenditore, le cui dissipazioni hanno dato adito, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, alle disastrose pratiche di deregulation (linea Thatcher-Reagan-Blair) teorizzate da risentiti reperti culturali (i cosiddetti “liberali da Guerra Fredda”) nei loro revival neoliberisti ascesi a “pensiero unico”. Basterebbe rendersi conto che oggi le forme più aggiornate di politiche pubbliche evitano sia la Scilla dell’interventismo diretto che la Cariddi del laissez faire. Dunque, perseguono una funzione “catalitica” di attivazione, orientamento, accompagnamento e controllo. In cui il soggetto regolatore non “fa” ma “fa fare”, Cioè definisce nel dibattito democratico linee strategiche coerenti quali cornici di indirizzo. Vogliamo impegnarci nella ricerca? Bisognerà individuare i settori dove abbiamo carte da giocare. Vogliamo ritrovare competitività? Allora occorre aggiornare antiche competenze produttive. Vogliamo giocare la carta turistica o quella logistica? Varrà la pena di determinare le condizioni indispensabili per farlo.

Sempre ci fosse una classe dirigente all’altezza. Che non c’è.

Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2012