Ci sono due Americhe che occupano la nostra attenzione, memoria e attesa. Una è rappresentata da parole misteriose e apparentemente segrete come Trilateral e Buildenberg (la terza era Nato, misteriosa almeno nei disegni, ma svuotata di temute risonanze oscure dai tempi della caduta del muro e – alla fine – dall’imprecisione e modestia militare mostrata tra Afghanistan e Libia).  La seconda America è quella di Obama, benevola e inerte, nel senso di avere un peso quasi solo retorico sul mondo (interventi memorabili seguiti da incertezza o da nulla) e circondata di nemici interni tanto agguerriti quanto privi di tutto: intelligenza politica, percezione della Storia, informazioni sul mondo, valori alternativi da proporre, strategia del che fare.

L’America di Obama è troppo poco nervosa e quasi priva di istinto nell’intercettare cose inaudite che accadono (il fascismo che torna a debuttare con forza in Ungheria, il razzismo praticante e praticato delle destre xenofobe e anti–immigrazione di tutto l’Occidente, lo sbando solitario con cui immense democrazie come l’India, Paesi ambigui e pericolosi come il Pakistan, democrazie industriali già fondamentali come il Giappone che lentamente affonda, sono oggetto di osservazione distratta e periferica) privandosi in tal modo di una sua riconoscibile identità da odiare o da amare, come ai tempi, in cui era guida, della guerra fredda. I nemici interni (elettorali ma anche morali) di Obama attaccano con un repertorio minimo di argomenti politici (abbandonare l’Europa in un momento grave e pericoloso), un ingombrante conservatorismo antico e di classe (abbandonare gli americani poveri) che è come piombo capace di impedire al grande Paese ogni iniziativa nel presente della Storia; e un cieco isolazionismo che rende afono il potere diplomatico degli Usa (non hanno nulla da dire sulle crisi del mondo) e sposta tutto sul potere militare che (ormai si è visto e dimostrato dall’Iraq all’Afghanistan) può allargare le crisi fino a conflitti armati sempre più vasti, ma non può risolverli a meno di rischiare (e di minacciare) la distruzione totale.

Se prendiamo la prima di queste due immagini dell’America, quella del complotto e dei gruppi di potere misteriosi capaci di decidere i destini del mondo, è troppo facile ormai rendersi conto che quell’America non è più in servizio attivo, se mai c’è stato nel senso descritto dal classico anti americanismo e – nel bene o nel male – ha esaurito forza e vocazione di decidere per tutti e secondo i suoi interessi. Quali sono i suoi interessi, è inevitabile domandarsi, se la stessa America, governo e Congresso, è allo stesso tempo favorevole e contraria a fare la pace o la guerra, a intervenire o astenersi, a spendere o a scegliere il rigore, a dichiarare o a tacere anche su fatti di importanza cruciale, in un mondo che fino a poco fa denunciava astiosamente l’interferenza o invocava appassionatamente la guida della potenza americana? Quanto alla seconda America, ce la raccontano le meste primarie repubblicane del 3 gennaio 2012, del tutto in linea con le previsioni negative e le aspettative pessimistiche che circondano il nuovo anno.

Una corte di personaggi incapaci, caratterizzati da estremismi nervosi più ancora che da idee “più a destra” o “più conservatrici” che mai nel passato, si è presentata per un concorso di follia, nel senso che nulla di ciò che è stato detto e predetto ha a che fare, (anzi, meno che mai) con il classico conservatorismo americano che antepone l’interesse nazionale del proprio Paese a quello di ogni altro luogo, aspetto o problema del mondo. Se prendete le posizioni espresse e il “programma” (ma è difficile chiamarlo così) dei due vincitori, separati al vertice da appena otto voti, vi rendete conto che Romney e Santorum non cercano e non offrono nè la egemonia della grande potenza e il suo diritto a guidare, nè una immagine del mondo della quale gli Stati Uniti siano autori e custodi. Entrambi sembrano memori di un vecchio spettacolo inglese di immenso successo negli anni Settanta che si intitolava Stop the World, I want to get out (fermate il mondo, voglio scendere).

Sia Romney sia Santorum pretendono (bizzarramente offrono) un mondo in cui ciò che non conviene e che non funziona semplicemente non è accaduto (dal fallimento nel Corno d’Africa alla esclusione dal peggio e dal meglio della Primavera araba, passando attraverso guerre sanguinose, costose e inutili); in cui i “valori morali” sono quelli degli anni Cinquanta, (con tutte le proibizioni e negazioni dei diritti che tale regressione comporta) come se la politica disponesse del tasto per “riavvolgere” o “tornare indietro”; in cui i problemi sgradevoli come la crisi europea semplicemente si cancellano dal monitor, non ci sono, non ci riguardano e basta. La frase di Mitt Romney, detta in Iowa evidentemente a nome di tutti i piccoli e squalificati politici delle primarie repubblicane, (“non un dollaro per l’Europa”) non è politica, è psicologia infantile: negare il problema per farlo andare via. Infatti, la tempesta finanziaria che continua ad abbattersi sull’Europa, ha origini oscure in cui una cosa sola si vede bene, come testimoniano i premi Nobel Stieglitz e Krugman: da quella crisi l’America non si può separare sperando di andare per una sua strada, e lasciando al suo destino il vascello europeo, Mitt Romney e Rick Santorum pretendono di sapere ciò che i migliori economisti non sanno.

Pretendono di dirti che se sei oculato e virtuoso e dimentichi le pretese dei lavoratori e dei poveri, tutto va a posto. Con parsimonia e riduzione delle tasse ai più agiati crei ricchezza che poi pioverà su tutti. Dunque tagliare ogni legame con un’Europa che fino a poco fa ha pensato di pagare le spese ospedaliere persino ai malati poveri è un indispensabile cordone sanitario. Isola dal contagio. È evidente che i piccoli repubblicani dell’Iowa stanno guardando al virus sbagliato. Quello della crisi finanziaria che tormenta l’Europa e quello che, poco prima, ha portato vento gelido di recessione negli Usa sono di un ceppo non nazionale che ha a che fare con la tanto esaltata globalizzazione. Ciò che la globalizzazione produce è potere eccentrico rispetto ai governi, persino ai governi già superpotenza. Eccentrico vuol dire che gli Usa non sono (non sono più) il centro della potenza e l’Europa, con tutti i suoi errori, è un facilitatore ma non l’origine dei suoi mali. C’è ben altro da sapere, da capire, da scoprire.

Ci riuscirà la piccola corte di modesti politici repubblicani che assedia Obama? E perché Obama, continua a fare discorsi nobili e generosi ma si ferma a metà come se fosse trattenuto da una forza che noi non vediamo? Ci tormenta una domanda che per ora non ha risposta anche se viene riproposta dagli economisti americani che resistono al sonno del conformismo: Obama sa (e se sa, perché non dice) quale forza o potere blocca e rende impossibile il suo disegno americano di restituzione ai poveri della cittadinanza e della partecipazione politica?

Il Fatto Quotidiano, 7 Gennaio 2012