Qualche tempo fa sono stato invitato a una trasmissione televisiva: roba forte, tv a diffusione nazionale. Aereo, macchina con autista, aereo per il ritorno, tutto pagato. Un sacco di soldi, spesi – si capisce – dalla tv. Mi avevano chiesto di parlare dell’evasione fiscale e io ci ero andato volentieri. I miei lettori sanno che è un tema che mi appassiona.

Ho aspettato dietro le quinte, la trasmissione era già iniziata. Mi hanno microfonato e perfino truccato. Intanto sfilavano gli “ospiti”, gente come me, cinque minuti e via. Facevano a tempo a dire quattro cose in croce, banalità. Ho cominciato a preoccuparmi, mi ero preparato una “scaletta”. L’argomento era complicato, mi servivano almeno 15 minuti per far capire “chi, come, quando, perché”; che è l’abc dell’informazione. Alla fine mi hanno fatto entrare ma è partito subito un “servizio”: immagini di repertorio, macchine della GdF, portoni di un ufficio del Fisco. Poi è toccato a me. Ho fatto in tempo a dire che l’evasione fiscale è una brutta cosa, che è incostituzionale perché viola i principi di solidarietà e contribuzione allo Stato, che gli evasori sono tanti perché il sistema è costruito per non funzionare. Poi ho provato ad aggiungere che chi evadeva era il popolo dell’Iva perché lavoratori dipendenti e pensionati non…. “Grazie, adesso pubblicità”. Cinque minuti ed ero fuori. Tanti ringraziamenti e accompagnamento all’aereoporto. Mi sono molto arrabbiato: avevo fatto la figura del cretino e chi mi ascoltava non aveva capito niente. Tempo (mio) e soldi (loro) buttati dalla finestra.

Passa qualche giorno e un’altra tv, sempre a diffusione nazionale, mi invita; argomento: evasione fiscale. “Sì ma…. non è che mi fate parlare cinque minuti e ciao”. “Bè no, cinque minuti no”. Mi insospettisco. “Non mi fate lo scherzo di farmi venire fino a Roma per cinque minuti di banalità. L’argomento è complicato”. “Ma no, vedrà…” Decido di andare. Il giorno prima della trasmissione una gentile signora mi telefona: “Guardi, hanno deciso di non farla venire, hanno cambiato programma. Poi sa, lei aveva detto che non voleva parlare solo cinque minuti e ci sono tanti ospiti…” Ringrazio di cuore, l’idea di un’altra comparsata mi faceva annodare lo stomaco. Adesso mi chiedo: non c’è dubbio che cinque o sei ospiti che si interrompono, litigano e si parlano addosso non sono in grado di far capire a chi li ascolta nemmeno il concetto più elementare. Se poi ci si mettono i “servizi” e la pubblicità il tutto diventa un Grande Fratello spostato sull’intellettuale.

Alla fine è come una partita di calcio: la squadra del cuore ha sempre ragione. E non sono quelle quattro cose mal dette da ospiti volenterosi (e, certe volte, da gente andata lì apposta per impedire agli altri di dirle) che faranno cambiare idea a qualcuno. Allora perché tutti insistono con questi talk show demenziali? Perché non chiamare due o tre esperti (non di più), farli parlare 15 minuti per uno (chiudendo il microfono a chi disturba) e mandare la pubblicità tra uno e l’altro? Perché non dare un’informazione semplice ma completa? La risposta è ovvia: perché la rissa fa audience, share o come diavolo si chiama. Ecco perché troviamo dappertutto Santanché, Larussa, Gasparri, Storace, Castelli e altri dello stesso tipo: perché lo spettacolo è assicurato. Tanti guardano la trasmissione, se non capiscono niente pazienza. Questa però non è informazione. È spettacolo; e nemmeno tanto divertente.

Il Fatto Quotidiano, 30 Dicembre 2011