Il giorno di Natale ho pensato a Fidel Castro. Non in termini elegiaci (non sono tra coloro che venerano il Líder máximo), né perché mi fosse venuto lo sfizio di desacralizzare le feste. Ci ho pensato perché il giorno di Natale ho letto un libro, tra i più belli e duri che mi siano capitati in questo 2011. Il libro è scritto da un esule cubano, uno dei tanti perseguitati dal regime de L’Avana. Si intitola La casa dei naufraghi (Fandango Libri, Traduzione di Chiara Brovelli). L’autore è Guillermo Rosales, la cui storia è un paradigma del Novecento e dei mostri che l’hanno abitato.

Rosales è stato un rivoluzionario della prima ora, uno di quelli che parteciparono alla campagna di alfabetizzazione sulla Sierra Maestra, nelle aree rurali dell’isola. Deluso dagli esiti della revolución subì il carcere come dissidente e finì al confino politico. Fuggito a Miami, dove visse in stato di totale indigenza nel ghetto della comunità ispanica, un posto chiamato La Pequeña Habana, dovette patire innumerevoli internamenti in manicomi e strutture psichiatriche, per via di una grave forma di schizofrenia. Proprio in una di queste “boarding home” Rosales trovò la forza di ambientare La casa dei naufraghi, l’unico romanzo salvato dalla furia auto-distruttrice che lo portò ad eliminare ogni traccia della sua produzione letteraria precedente, prima di uccidersi nel 1993 all’età di quarantasette anni.

La casa dei naufraghi è in larga parte un romanzo autobiografico. È la storia di William Figueras, alter ego dell’autore, arrivato a Miami da Cuba con una valigia contenente esclusivamente le edizioni dei Romantici inglesi. Qui, dopo tre mesi, viene accompagnato da una vecchia zia in un luogo infernale: “Il cartello recita “boarding home”, pensione privata, ma io so già che quella sarà la mia tomba”. La casa è un luogo violento, abitato da malati di mente e disadattati – “affinché non rovinino la vita ai parenti più fortunati, i trionfatori” – lasciati a vivere come bestie dal proprietario della casa, il señor Curbelo, e dal suo braccio destro, un ottuso aguzzino di nome Arsenio.

Tra i naufraghi che condividono il destino di Figueras c’è Ida, la gran signora caduta in disgrazia – “Era una borghese a Cuba, quando io ero un giovane comunista. Adesso, viviamo nello stesso posto. Il posto che ci ha assegnato la storia” –, c’è il vecchio Reyes, che non fa altro che pisciare dappertutto, e soprattutto c’è Francis, la “matta nuova” che per un momento riaccende nel protagonista la speranza di una vita normale.

I riferimenti al passato-presente di Cuba sono scarni, spesso sarcastici. Fidel Castro entra nella storia soprattutto attraverso i sogni di Figueras, sogni grotteschi, strampalati. In uno di questi, Fidel viene trasportato dentro un’enorme bara, a un certo punto solleva una mano, poi il torso, e infine, uscendo dalla cassa con tutto il corpo, si sistema l’abito di gala e domanda ai presenti: “Niente caffè per me?”.

Considerato ormai un classico della letteratura cubana, La casa dei naufraghi è apparso in Italia solo quest’anno. Ovvio che non sia una lettura propriamente natalizia, a meno che non si voglia approfittare dei giorni di festa per riflettere sui mali del totalitarismo e sul fallimento della politica americana nei confronti di Cuba e dei cubani. È però a mio parere una di quelle letture che vengono definite “fondamentali”, come lo sono del resto quasi tutte le opere letterarie di denuncia politica e sociale. Leggere questo romanzo è allora – e non è poco – un doveroso atto di giustizia nei confronti di un autore tradito, come tanti altri suoi connazionali, da un sogno egualitario e rimasto stritolato fra le ruote dentate della storia.