Freud è morto e la psicoanalisi non si sente troppo bene. Le critiche, spesso veementi, sul buon vecchio Sigmund non sono certo nuove. Ma da un po’ di tempo è la psicoanalisi stessa a esser sul banco degli imputati. L’accusa: dogmatismo, inefficacia clinica e totale chiusura alla discussione sulle pratiche e i risultati.

Ultimo atto di questo lungo processo viene dagli Stati Uniti, in seguito all’apertura dell’archivio freudiano depositato alla Library of Congress di Washington dalla figlia Anna. Dallo studio di queste carte, molte delle quali inedite, gli studiosi Mikkel Borch-Jacobsen (già autore di una controversa biografia di Lacan, da noi presso Einaudi) e Sonu Shamdasani hanno dato alle stampe il libro The Freud Files. An Inquiry into the History of Psychoanalysis (Cambridge University Press). Qui cercano di dipanare la complessa storia della psicoanalisi con una missione piuttosto chiara. «Dobbiamo affrettarci a studiare la psicoanalisi finché possiamo – scrivono – perché presto non saremo più capaci di capire le sue caratteristiche e per una buona ragione: la psicoanalisi non è mai esistita».

Chapeau! In altre parole, senza Freud e la sua leggenda, l’identità e la radicale differenza della psicoanalisi da altre forme di psicoterapia scompiono. Gli adepti del culto freudiano avrebbero negli anni riscritto la loro storia rendendola “leggendaria”. Ma la leggenda sta collassando: la psicoanalisi non è riuscita a costruirsi come scienza capace di avere un suo ruolo importante nella società contemporanea – cosa che invece avrebbero fatto altre scienze psicologiche e psicoterapiche. Giusta o sbagliata la diagnosi, ci si aspetterebbe un dibattito.

Ma così non è. Gli psicanalisti si trincerano dentro un fortino che, agli occhi di molti, sa di ortodossia. E non si pensi che sia soltanto un affare americano: di qua dell’oceano non va certo meglio. Risse, insulti, accuse e colpi bassi. Prima con l’uscita del Libro nero della psicoanalisi e del conseguente Anti-libro nero. Poi con Michel Onfray che ha scritto Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane (Ponte alle Grazie), al quale ha risposto Elisabeth Roudinesco, decano degli studi psicanalitici francesi, con il suo Perché tanto odio? L’affabulazione di Onfray (in francese da Seuil). E tra un’affabulazione e un’altra, se le danno di santa ragione.

Per Onfray «la signora Roudinesco è come la vedova d’un grande scrittore che s’impiccia di tutto, senza l’avallo della quale nulla di valido può esser pronunciato su Freud». E, aggiunge, la psicoanalisi è soltanto un business che i suoi iniziati difendono come si difende una religione. Per la Roudinesco, invece, Onfray è solo un antisemita che fa di Freud un “tiranno” perverso che abusava sessualmente della cognata e dominava tutte le donne della sua famiglia, «omofobo, fallocrate, falso e avido di denaro, ammiratore di Mussolini e complice del regime hitleriano per la sua teorizzazione della pulsione di morte». Onfray perciò sarebbe soltanto un «Dio solare, edonista e masturbatore».

A ben vedere, sembrano schermaglie da cortile assunte a dibattito. Forse qualcosa di buono c’è: ovvero che Freud è e resterà un classico, e magari qualcuno spinto dal clamore si prenderà la briga di leggerlo. E magari sarà anche la volta buona per farsi qualche domanda, anche da noi in Italia – aprendo, perché no, un dibattito. Si può criticare la psicanalisi? Si può discutere e fare un bilancio, magari cercando di comprendere apporti e deficit di questa disciplina? Cosa resta di Freud e di Lacan? Si attendono risposte.