Anticipata da Il Messaggero il giorno della vigilia di natale, la notizia di un possibile accordo tra Marco Müller e il Festival del Film di Roma, per alcuni solo in attesa di una formalizzazione a metà gennaio, torna ad occupare le pagine dei giornali dopo ore di difficili digestioni. In realtà è un anno che se ne parla. Stando ai bene informati, il nome più accreditato per la presidenza è quello di Paolo Mieli, che succederebbe a Gian Luigi Rondi, comunque in carica fino a giugno. Ma non è l’ipotesi che coinvolge l’ex direttore del Corriere della Sera e attuale capo di RCS Libri a far rumore – in alternativa si parla anche di Luciano Sovena e di Paolo Ferrari – quanto quella su una direzione artistica da affidare all’uomo dal colletto alla coreana, già indefesso difensore della Mostra di Venezia come unico baluardo dell’arte e della sperimentazione cinematografica di contro alla caciarona, inutile e geneticamente inferiore manifestazione capitolina.

Se il Presidente della regione Lazio Polverini e il Sindaco di Roma Alemanno buttano acqua sulle polemiche rilasciando dichiarazioni di stima all’unico direttore ad aver condotto per otto anni consecutivi la Mostra del Cinema di Venezia, il Pd fa barriera con forti reazioni anche da parte di Veltroni e Bettini, che nel 2006 fondarono la kermesse romana come Festa (e non Festival) del Cinema con diretto riferimento ad una fisionomia di partecipazione popolare poi del tutto cancellata.

Ad un Müller eventualmente “felicissimo” di accettare la nuova sfida, sono arrivati poi gli attestati di stima di cineasti come Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, nomi davvero estranei a quella “peggiore destra” – citata dal presidente della provincia Zingaretti – che caldeggerebbe la nomina del direttore col vizio del cinema asiatico. Come riportato da Cinecittà News, Michele Lo Foco, nel cda della Fondazione, invece, non lo considera adatto all’incarico perché “troppo raffinato e cinefilo per il carattere popolare della rassegna romana”.

Organizzatore stimatissimo di grandi festival, oltre a Venezia ha lavorato a Torino, Pesaro, Rotterdam, Locarno, e produttore cinematografico raffinato, tra gli altri, figurano nella sua filmografia No Man’s Land di Tanovic e Il sole di Sokourov, l’ex Doge del cinema – come lo chiamò qualche anno fa una rivista – è notoriamente sinologo esperto ben oltre il “Nehru jacket” di ordinanza. Ben venga dunque un festival di Roma dal superiore quoziente cinematografico, meno glamour e più di sostanza, ma basta con i premi ad Ang Lee. Non uno di più per carità.