Il nuovo attacco all’articolo 18 non rappresenta solo una coazione a ripetere ma un orizzonte politico e programmatico funzionale al superamento della crisi. Ovviamente, a un superamento dal lato delle esigenze dell’economia di mercato, del grande capitale e della finanza, non certo dal lato del lavoro.

Che l’articolo 18 sia poca cosa nei meccanismi di funzionamento naturale del mercato del lavoro è ormai evidente ai più. Le cause giudiziarie che lo riguardano sono poche, in relazione alla forza lavoro, e i reintegri ordinati dal giudice vengono stimati, da più parti, in 5-600 unità l’anno. Molti, ma molti di più sono invece i lavoratori che, ad esempio nel 2010, sono stati estromessi in forma lecita dal mercato del lavoro – parzialmente o in maniera definitiva tramite cassa integrazione, disoccupazione, mobilità: il totale è consultabile nel Bilancio 2010 dell’Inps e ammonta a circa 4 milioni (quattro milioni di lavoratori, circa un terzo del totale iscritto all’istituto previdenziale). La “libertà di licenziare” come si vede esiste ed è ampiamente utilizzata.

Tutti i casi empirici e non dicono anche che i lavoratori precari, in presenza di contratti atipici e/o flessibili, beneficiano anch’essi dell’articolo 18 perché, semplicemente, possono utilizzarlo come appiglio qualora decidano di ricorrere in via giudiziaria in caso di contratti fasulli che nascondono un regolare rapporto di lavoro continuativo (la maggioranza dei casi). E’ chiaro che la minaccia di una vertenza per vedersi riconoscere un tempo pieno e indeterminato acquista valore se sussiste nel diritto l’articolo 18. Altrimenti, qualunque datore di lavoro accetterebbe di assumere il precario in questione per licenziarlo due giorni dopo. Il caso non si pone nelle aziende sotto i 15 dipendenti ma questo non vuol dire che l’articolo 18 vada allora eliminato quanto, semplicemente, che andrebbe invece esteso a tutti.

Allora, perché la norma è così presa di mira da tutto l’establishment? Semplicemente perché è un elemento che rafforza il potere contrattuale del lavoro. Non è solo una “norma di civiltà” – come pure è visto che si riferisce al licenziamento ingiusto, illegittimo che non dovrebbe essere mai permesso – ma un pezzo dei diritti acquisiti dal mondo del lavoro. Non è un caso che sia nato dopo la stagione del ’68-’69 e che accompagni altre conquiste di quel periodo come il sistema pensionistico, la fine del cottimo, la scala mobile. Punti su cui il mondo del lavoro è tornato di nuovo indietro. L’articolo 18 e, più in generale, lo Statuto dei lavoratori rischia di rimanere un’isola nel deserto e limita, in un modo o nell’altro, lo strapotere delle aziende. Anche la vicenda Fiat-Fiom trova in articoli dello Statuto – il 28 sulla condotta antisindacale, il 19 e l’intero titolo sull’attività sindacale – punti di scontro evidente e l’articolo 8 della manovra estiva del governo Berlusconi, quello voluto dal ministro Sacconi, non è altro che un modo indiretto per far saltare lo Statuto.

Questa strategia obbedisce a una logica di cui il capitalismo italiano è maestro, vedi Marchionne. Di fronte alla crisi – provocata dai comportamenti irrazionali del capitalismo finanziario per i quali, è bene ricordarlo, nessuno ha finora pagato alcunché – di fronte alla difficoltà del capitalismo italiano di reggere alle difficoltà, la partita viene giocata tutta sulla compressione del lavoro dipendente. Altro che innovazione, modernizzazione, stimolo della domanda, emersione del lavoro nero, riduzione dell’evasione fiscale. Tutto questo non è in nessuna agenda di governo: non era in quella di Berlusconi, non è nemmeno nell’agenda di Monti. Ma nemmeno nell’agenda dei governi europei o della stessa Bce.

Ancora una volta l’articolo 18 si presenta come simbolo di uno scontro e di un’offensiva che, con il ministro Sacconi veniva portata avanti in forma urticante mentre con la ministra Fornero viene proposta in forma più “empatica”. La sostanza, però, è la stessa: di fronte a un fallimento cosmico delle politiche liberiste, avviate negli anni’80 e di cui la costruzione europea è un simbolo, invece di un’autocritica o di qualche forma di ripensamento, si sceglie di pigiare il pedale dell’acceleratore e continuare come se nulla fosse accaduto. Per andare dritti contro a un muro.