Mai stato un commentatore distaccato. Lino Jannuzzi è un giornalista che le notizie, piuttosto che scriverle, preferisce farle, crearle, suscitarle. Fino all’ultimo colpo di scena, ieri, quando sono andati a cercare a casa sua quel “papello” che da vent’anni tiene con il fiato sospeso chi ancora vorrebbe capire che cosa è successo davvero nei primi anni Novanta, quando lo Stato avviò la trattativa con Cosa nostra.

Le passioni di Jannuzzi, il giornalismo e la politica, si sono intrecciate fin da quando, in gioventù, fondò l’Unione Goliardica Italiana, l’organizzazione universitaria che formò molti politici della Prima Repubblica, prima di essere spazzata via dal Sessantotto. Poi venne per Lino la militanza nel Psi, l’impegno con i Radicali, infine l’approdo berlusconiano in Forza Italia e nel Pdl. Alle fine degli anni Sessanta divenne il giornalista più famoso d’Italia con la sua inchiesta sul Sifar: grazie a gole profonde molto interne agli apparati, dilaniati da sanguinose guerre per bande, svelò sull’Espresso molte cose indicibili del servizio segreto militare e portò alla luce i progetti golpisti del cosiddetto “Piano Solo”, pronto a scattare nel 1964 contro il nascente centrosinistra di Pietro Nenni.
In seguito, sul suo Velino, ha continuato a dedicarsi agli affari sotterranei della storia repubblicana, con una predilezione per quelli all’incrocio tra politica e mafia. È diventato un vero esperto di Cosa nostra, sempre molto interno alle storie che raccontava. E sempre molto schierato: dalla parte di Giulio Andreotti, a cui ha dedicato il libro “Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti”, in cui sostiene con passione l’innocenza del Divo, malgrado la sentenza che dichiara la prescrizione del reato di mafia, accertato però fino al 1980.
Poi dalla parte di Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado e in appello per concorso esterno a Cosa nostra. E perfino dalla parte di Vittorio Mangano, il capomafia portato da Dell’Utri nella villa di Silvio Berlusconi: in una puntata di Omnibus del luglio 2010, su La 7, sostiene che lo “Stalliere di Arcore” è stato “torturato e fatto morire in carcere, come a Guantanamo”. Davvero un eroe, dunque, a differenza di tanti pentiti “che per avere un contratto di collaborazione si sono inventati tante falsità”.

I mafiosi sembrano ricambiare la simpatia. “Ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed è in intimissimi rapporti con Dell’Utri”, dice nel 2001 (intercettato) il boss Giuseppe Guttadauro, che sperava in un aiuto suo e di Giuliano Ferrara. “Jannuzzi buono è!”, gli risponde con entusiasmo l’amico mafioso Salvatore Aragona. Anni prima, Jannuzzi era stato ingaggiato addirittura da Pippo Calò, il boss di Cosa nostra mandato a presidiare la delicatissima piazza di Roma: gli aveva offerto 5 milioni di lire per scrivere un libro che poi, però, non ha mai visto la luce. I suoi veri nemici sono invece i magistrati, specialmente quelli di Palermo e Milano. Nel dicembre 2001 pubblica su Panorama (e poi lo riscrive sul Giornale) un articolo in cui rivela un complotto ai danni di Berlusconi: ordito dai magistrati che si erano incontrati la settimana precedente in un albergo di Lugano, per un summit segreto a cui avevano partecipato Ilda Boccassini (allora pm in un processo a carico di Berlusconi e Cesare Previti), Elena Paciotti (ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati e poi parlamentare europeo dei Ds), Carla Del Ponte (procuratore in Svizzera ai tempi di Mani pulite) e Carlos Castresana (capo della procura anticorruzione di Madrid).

Il fantasmagorico incontro internazionale per arrestare Berlusconi non era mai avvenuto e Jannuzzi fu condannato per diffamazione. Condannati anche l’allora direttore di Panorama Carlo Rossella, la Mondadori, il Giornale. E i risarcimenti furono pesantissimi. Jannuzzi ha avuto e ha molti amici dentro la politica e dentro gli apparati. Ma anche qualche nemico: Gianni De Gennaro, per esempio, colpevole di aver condotto negli anni Novanta la Dia, l’appena nata Direzione investigativa antimafia, verso indagini pericolose per Silvio Berlusconi e il suo ambiente. È restato suo nemico anche in seguito, quando De Gennaro è stato confermato capo della Polizia dai governi di centrodestra. Il suo principale obiettivo polemico è però Giovanni Falcone.  Nel 1991, quando era in discussione la nomina di Falcone a capo della Procura nazionale antimafia e di De Gennaro al vertice della Dia, Jannuzzi scrive (“Cosa nostra uno e due”, sul Giornale di Napoli): “Sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della débacle dello Stato di fronte alla mafia… L’affare comincia a diventare pericoloso per noi tutti… dovremo guardarci da due Cosa nostra, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma… Sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto”. Jannuzzi non espatriò. Ma l’anno seguente, Falcone saltò in aria, fu stilato il “papello”, cominciò la trattativa.

Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2010