Cronaca di una protesta zittita. Dove le facce e le voci di 32 famiglie che chiedono la verità sulla morte dei loro familiari vengono allontanate, circoscritte e censurate.

Tutto è iniziato lunedì nell’alba di Viareggio. Sono partiti in 38, alle 4 di mattina, con un bus. L’arrivo era previsto per le 10 alla stazione Tiburtina di Roma dove si sarebbe svolta l’inaugurazione della nuova stazione dopo il corto circuito e l’incendio di luglio. E mentre autorità, vertici istituzionali, politici e l’Ad di Fs Mauro Moretti parlavano di rinascita del nuovo avveniristico “hub” ferroviario, i parenti dei 32 morti del rogo del 29 giugno 2009 chiedevano di essere ascoltati. Ma il blocco dei familiari riuniti nell’associazione “Il mondo che vorrei” e “Assemblea 29 giugno” era iniziato già all’imbocco della tangenziale di Roma dove due volanti della polizia di Stato hanno scortato il pullman nei pressi della Tiburtina.

Ad aspettarli altri poliziotti per impedire a quelle persone, con al collo i cartelloni con le facce delle vittime, di avvicinarsi alle autorità. Niente e nessuno avrebbe dovuto guastare la bella festa bipartisan alla quale, tra gli altri, hanno partecipato il presidente della Regione La-zio (Pdl) Renata Polverini (“Tiburtina, segno che l’Italia sa generarsi”) e quello della provincia di Roma (Pd) Nicola Zingaretti (“Tiburtina, simbolo del riformismo romano”). Niente festa invece per quelli che da via Ponchielli (a Viareggio) hanno visto bruciare e cancellare la vita di madri, figli, padri e compagni. Per quelli neppure una citazione nei servizi Tg della giornata. Per vederli c’è voluta la rete, qualche sito (tra cui ilfattoquotidiano.it) e il servizio mandato in onda da Linea Notte. La richiesta di verità e giustizia di quelle persone fa troppa paura, evidentemente, a chi tenta in tutti i modi di seppellire la vicenda in un mistero simile a Ustica. Meglio non dare spazio e visibilità mediatica a chi cerca chiarezza sulle dinamiche e i perché di quel rogo.

Così ecco che per tutta la cerimonia vengono dietro al cordone “sanitario” a protezione degli intoccabili. A fare da barriera uomini armati e in divisa coordinati da un funzionario che di tanto in tanto ripeteva “attendo ordini dall’alto”. Solo a inaugurazione quasi terminata (e dopo che si erano praticamente allontanati i giornalisti) ecco il permesso di avanzare 100-150 metri verso la stazione prima di essere nuovamente bloccati. Ecco quindi abrogato l’articolo 21 della Costituzione che sancisce come “tutti abbiano diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Intanto quelli di Viareggio sono risaliti e, di nuovo scortati dalle volanti, sono tornati a casa decisi più che mai ad andare avanti nella protesta. Infatti alle 19 si sono presentati in Consiglio comunale chiedendo la parola. È intervenuta Daniela Rombi, presidente dell’Associazione “Il mondo che vorrei” e mamma di Emanuela, morta a 21 anni solo perché la notte dell’incidente ferroviario era andata a dormire da un’amica che abitava nei pressi della ferrovia. Daniela oltre a denunciare la censura avvenuta a Tiburtina a nome delle famiglie ha chiesto il reintegro di Riccardo Antonini, il ferroviere licenziato il 7 novembre. L’uomo, operaio delle Fs, da 34 anni si occupa di manutenzione e in questa vicenda ha scelto di essere perito di parte delle famiglie e di chi è sopravvissuto a quel rogo. Infine la speranza delle famiglie di ottenere un incontro con il presidente Giorgio Napolitano, una richiesta fatta già a marzo dell’anno scorso.

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2011