Non sono affatto un estimatore degli ultras del calcio. Li considero nella loro stragrande maggioranza delle persone che non hanno il coraggio di crescere, schiave delle proprie turbe personali e servi più o meno coscienti e consenzienti di altri che li utilizzano per scopi che con il pallone non hanno nulla a che vedere. Detto questo, ho preso atto che negli ultimi tempi alcuni ultras sono entrati nelle cronache anche internazionali per motivi che non hanno nulla a che fare con un gol negato alla Roma o concesso all’Inter.
Parlo di Genova dove, in Via Fereggiano, a spalare fango a mani nude o con tavole di compensato c’erano ultras del Genoa e della Samp. Tifoserie che, tra l’altro, trovarono il modo di sfilare unite all’indomani dell’assassinio di Vincenzo Spagnolo. Parlo del Cairo dove, pare, siano presentissimi in piazza Tahrir nelle proteste (assai poco calcistiche) prima contro il regine di Mubarak e poi contro il Governo militare. Ci si potrebbe dunque ragionevolmente chiedere se questi ultras che sono gli stessi pronti a prendersi a mazzate tra loro per il gusto di farlo o in nome della bandiera (…) di club miliardari finanziati da miliardari che comprano giocatori e al contempo chiudono fabbriche oppure nelle cui fabbriche ogni tanto, op-là, si muore di lavoro, abbiano ogni tanto dei risvegli di coscienza; oppure se sanno in che mondo vivono e lo rifiutano oppure non lo sanno proprio e allora inneggiano a giocatori che scommettevano somme immonde su partite truccate alla guisa dei sudafricani di colore che accolsero Mandela fuori dal carcere dopo 30 anni di prigionia.

Ma in fondo la presenza degli ultras in questioni non pallonare e la loro stessa esistenza, nonchè la presenza costante (pensate ai fatti di Libia) di veri o presunti rivoluzionari abbigliati con la casacca del Barcellona o del Milan, ci dice un’altra cosa, ben sintetizzata da tal Assad, leader dei tifosi della squadra egiziana dell’Al Ahly: “Il calcio è più esteso della politica”. E’ diventato il linguaggio principe, la forma di aggregazione e comunicazione che si è imposta dove la politica ha fallito o almeno si è fatta da parte. Rivelandosi sempre più, come da noi, un affare per poche caste che non scendono a spalare il fango, che usano parole che nessuno capisce, che non danno soluzioni se non ai propri adepti.

Sarebbe straordinariamente bello se con un colpo di bacchetta magica gli ultras (tutti gli ultras) si sottraessero alle manovre di quelli che speso li usano e che loro dicono di combattere per non limitarsi a spalare fango o aiutare le famiglie dei propri compagni infortunati o defunti: ma consci di essere i primi proprietari di un linguaggio tanto diffuso, lo utilizzassero per lavorare alla ricostruzione di un qualcosa che potrebbe sembrare un paese. Putroppo, non nutrendo in loro alcuna fiducia, temo che gli emuli di quelli di Via Fereggiano resteranno sempre quattro gatti: e gli altri continueranno a scannarsi per un pallone. O per quello che loro pensano sia un pallone.