Solo un chilometro, troppo poco per scongiurare disordini. Ecco perché ieri il questore di Napoli, Luigi Merolla, è intervenuto di nuovo su una vicenda che da giorni preoccupa istituzioni e forze dell’ordine napoletane: quella dei due presidi previsti per sabato prossimo in centro città. Da un lato, a Piazza Carlo III, i militanti di estrema destra di Casapound, che arriveranno da tutta Italia per manifestare “contro l’aggressione della finanza, per il ritorno a una economia concreta e al servizio della Nazione, contro ogni ipotesi di svendita delle aziende pubbliche”. Dall’altro, a Piazza Cavour, i giovani dei centri sociali partenopei e dei collettivi studenteschi, che per l’occasione hanno organizzato un contro-presidio antifascista. In mezzo, Via Foria e le decine di negozi pronti ad abbassare le serrande se le cose dovessero precipitare. Ieri l’ultima puntata della telenovela: il presidio dei giovani di sinistra, ha ordinato il Questore, dovrà essere spostato a piazza del Gesù, a distanza di sicurezza da Piazza Carlo III. Ma c’è chi pensa che neanche questa ulteriore disposizione riuscirà a evitare i disordini.

Del resto, la storia recente dei movimenti a Napoli parla chiaro: qui minacce, scontri, accoltellamenti non sono un ricordo degli anni ’70, ma cronaca di oggi. Con l’ultimo caso denunciato dagli Studenti autorganizzati campani di una studentessa aggredita martedì scorso per aver provato a staccare i manifesti di Casapound affissi di fronte alla sua scuola. E l’attacco che gli studenti del Blocco studentesco dicono di aver subito a ottobre davanti all’Università, a pochi metri da dove, qualche giorno fa, Luigi De Magistris ha annunciato la sua netta opposizione alla iniziativa organizzata da Casapound. “Strade, vicoli, piazze di Napoli non possono essere attraversate da un corteo nazifascista”, ha detto il sindaco agli studenti che gli chiedevano di vietare la manifestazione di sabato. “Napoli è antifascista, antirazzista, l’unica città d’Europa che si è liberata da sola dell’occupazione con le quattro giornate” ha aggiunto, guadagnandosi gli applausi di intellettuali e partiti, ma provocando la reazione scomposta dei giovani dell’ultradestra (e di alcuni esponenti del centrodestra campano), che hanno accusato il primo cittadino di fomentare l’odio non avendo, peraltro, voce in capitolo sulla questione. “La funzione del sindaco non prevede la possibilità di vietare alcuna manifestazione in quanto spetterebbe alla Prefettura – ha dichiarato Emmanuela Florino, responsabile campana di Casapound Italia – Se ciò accadesse sarebbe gravissimo, perché significherebbe che le autorità competenti, messe sotto pressione politica, cambierebbero la decisione già presa di far svolgere il corteo”. Pressioni o meno, alla fine il Comitato per l’ordine e la sicurezza riunito sabato scorso in Prefettura ha declassato per motivi di ordine pubblico il corteo in presidio fisso, fornendo l’assist al questore Merolla per vietare una volta e per tutte la manifestazione.

Fine della querelle, non delle polemiche e dei rischi concreti di scontri. Difficile pensare infatti che le migliaia di giovani dell’ultradestra che si riuniranno a Napoli resisteranno alla tentazione di arrivare davanti alla storica ex sezione dell’Msi, la “Berta” di via Foria, a pochi passi da dove nel 1975 perse la vita Iolanda Palladino, colpita a morte dalle bottiglie incendiarie dei fascisti mentre in tutta la città si festeggiava la vittoria alle amministrative del Partito Comunista. La conferma arriva dalla pagina Facebook di Casapound (il sito internet è stato appena hackerato) dove gli attivisti annunciano che “il 26 novembre la marcia non si fermerà”, e dai muri della città, dove da giorni campeggiano centinaia di manifesti sul corteo di sabato.

Ma sfilare in quella strada, agli occhi dei ragazzi dei collettivi e non solo, sarebbe una vera e propria provocazione. Così come provocatorio sarebbe il tentativo, che qualcuno teme, di approfittare della manifestazione di sabato per occupare un edificio abbandonato e farne la sede campana di Casapound. Non una novità, per i ragazzi dell’ultradestra partenopea, che già due anni fa avevano fatto di un ex monastero la loro centrale operativa, seguiti a ruota dalla Rete antifascista, che si insediò in una scuola poco distante. Furono settimane di scontri, sampietrini, bombe carta, molotov. “Sembrava la guerra civile”, dissero allora gli abitanti del quartiere. La stessa che rischia di scoppiare in un sabato che già si preannuncia incandescente.