Si gettano da un ponte. Sono in quattro. Madre e tre figli adulti. Anna Maria, 64 anni. Roberto, 38. Silvio, 34. Marco, 27. Il teatro dell’inferno è l’A24 Roma-l’Aquila. E’ il 30 novembre 1995. Un gesto folle. Manie di persecuzione. L’appartenenza a una setta religiosa. Queste le prime ipotesi al vaglio degli inquirenti.

Ma in breve tempo si fa strada una terribile ipotesi. Quel volo da oltre 90 metri ha un unico colpevole: l’usura. Quel viaggio in autostrada doveva forse condurli nel capoluogo abruzzese per incontrare una persona. Forse un amico. Qualcuno che, per risollevarli da una tragica condizione finanziaria, poteva aiutarli, dandogli ciò di cui avevano bisogno. Sull’unghia, in contanti. Moneta sonante. Una speranza. La luce in fondo al tunnel.
Ma l’amico non è tale. Lui è uno che i soldi li concede ma poi li rivuole decuplicati, centuplicati. E forse non basta. Non arrivano a destinazione. La vergogna e la rassegnazione prendono il sopravvento. Si tengono per mano e compiono l’ultimo lucido e disperato gesto.

E’ uno dei tanti troppi casi di questa piaga chiamata “usura”, di cui non si parla mai se non all’indomani di un efferato fatto di cronaca, per poi derubricarlo rapidamente. Invece accade ogni giorno. Ogni ora. Nel sud ma anche nel nord. Non c’è più alcuna isola felice. Le vittime sono persone o aziende in gravi difficoltà economiche. Le banche non fanno loro credito. Li considerano presumibilmente insolventi. Ed è qui che affiora l’usuraio.

Se ne è parlato ieri al “No Usura Day“, tenutosi alla provincia di Roma. Una giornata intera di dibattiti e proiezioni di documentari. C’erano esponenti politici ed istituzionali, commissari antiracket, operatori degli sportelli antiusura, giornalisti. C’erano le associazioni ma soprattutto gli studenti. Un liceo Scientifico di Lecce, un Istituto Magistrale di Avellino, studenti di Terni. Hanno partecipato ad un bando e hanno vinto. Sono arrivati a Roma la sera prima, con gli insegnanti e con i presidi.

Ma non erano in gita scolastica. Non hanno vagabondato per le strade della Capitale in una giornata fredda ma di pieno sole. Sono rimasti seduti per ore in una sala piccola gremita di gente. Hanno atteso il loro turno per la premiazione, per dire poche parole e poi sono rimasti lì, tutto il tempo. Giovani studenti ad ascoltare cosa dicevano i grandi che parlavano di leggi e di emendamenti, di comitati e coordinamenti. Di strategie per combattere questa piaga.
Loro, più semplicemente, hanno scritto o raccontato con un video. Pochi minuti di interviste, una voce fuori campo che descriveva il dramma delle vittime. Nei titoli di coda la telecamera percorre verso l’alto una scalinata. Quella del Tribunale. Metafora potente. Alla fine della salita c’è, auspicabilmente, la giustizia. Ma è un percorso lento e difficile.

L’importante giornata si conclude con la presentazione di un libro. Era l’agosto 1991 quando l’imprenditore Libero Grassi veniva assassinato dopo una battaglia coraggiosa e solitaria contro l’estorsione, l’usura, il pizzo. Pochi mesi prima aveva scritto la sua “lettera al caro estorsore”.

Venti anni dopo un libro raccoglie le nuove “lettere” scritte da giovani studenti che raccolgono il prezioso testimone lasciato dal commerciante siciliano. Scrive Arianna Tascone, classe 5a B, L.S.T. “E.Mattei” di Vasto (Chieti): “Caro estorsore… proprio ieri stavo contando i soldi da darti e per sbaglio mi sono tagliata con un foglio. Il sangue ha bagnato una delle banconote e io sono rimasta a fissarlo a lungo. Era sangue mio, rosso acceso e lo vedevo contrastare col colore sbiadito dei cento euro. Un’immagine terribile, ma era solo la facciata di ciò che fino a quel momento era rimasto invisibile, nascosto nella filigrana. Tutte le banconote che ti ho dato finora erano apparentemente pulite, eppure nel momento in cui entravano nella tua tasca si bagnavano di sangue. Non certo tuo, nè mio. Era il sangue innocente di tutte quelle persone che si sono ribellate e hanno voluto credere nella giustizia…”.

Banconote insanguinate

Si gettano da un ponte. Sono in quattro. Madre e tre figli adulti. Anna Maria, 64 anni.

Roberto, 38. Silvio, 34. Marco, 27. Il teatro dell’inferno è l’A24 Roma-l’Aquila. E’ il

30 novembre 1995. Un gesto folle. Manie di persecuzione. L’appartenenza a una setta

religiosa. Queste le prime ipotesi al vaglio degli inquirenti. Ma in breve tempo si fa

strada una terribile ipotesi. Quel volo da oltre 90 metri ha un unico colpevole:

l’usura. Quel viaggio in autostrada doveva forse condurli nel capoluogo abruzzese per

incontrare una persona. Forse un amico. Qualcuno che, per risollevarli da una tragica

condizione finanziaria, poteva aiutarli, dandogli ciò di cui avevano bisogno.

Sull’unghia, in contanti. Moneta sonante. La luce in fondo al tunnel. Ma l’amico non è

tale. Lui è uno che i soldi li concede ma poi li rivuole decuplicati, centuplicati. E

forse non basta. Non arrivano a destinazione. La vergogna e la rassegnazione prendono

il sopravvento. Si tengono per mano e compiono l’ultimo lucido e disperato gesto.

E’ uno dei tanti troppi casi di questa piaga chiamata usura, di cui non si parla se non

all’indomani di un fatto di cronaca nera, salvo poi derubricarlo nel giro di pochi

giorni. Invece accade ogni giorno. Ogni ora. Nel sud ma anche nel nord. Non c’è più

alcuna isola felice. Le vittime sono persone o aziende in gravi difficoltà economiche.

Le banche non fanno loro credito. Li considerano presumibilmente insolventi. Ed è qui

che affiora l’usuraio.

Se ne è parlato ieri al “No Usura Day”, tenutosi alla provincia di Roma. Una giornata

intera di dibattiti e proiezioni di documentari. C’erano esponenti politici ed

istituzionali, commissari antracket, operatori degli sportelli antiusura, giornalisti.

C’erano le associazioni ma soprattutto gli studenti. Un liceo Scientifico di Lecce, un

Istituto Magistrale di Avellino, studenti di Terni. Hanno partecipato ad un bando e

hanno vinto. Sono arrivati a Roma la sera prima, con gli insegnanti e con i presidi. Ma

non erano in gita scolastica. Non hanno vagabondato per le strade della Capitale in una

giornata fredda ma di pieno sole. Sono rimasti seduti per ore in una sala piccola

gremita di gente. Hanno atteso il loro turno per la premiazione, per dire poche parole

e poi sono rimasti lì, tutto il tempo. Giovani studenti ad ascoltare cosa dicevano i

grandi che parlavano di leggi e di emendamenti, di comitati e coordinamenti. Di

strategie per combattere questa piaga. Loro più semplicemente hanno scritto o

raccontato con un video. Pochi minuti di interviste, una voce fuori campo che

descriveva il dramma delle vittime. Nei titoli di coda la telecamera percorre verso

l’alto una scalinata. Quella del Tribunale. Metafora potente. Alla fine della salita

c’è, auspicabilmente, la giustizia. Ma è un percorso lento e difficile.

L’importnate giornata si conclude in una libreria. Lì si presenta “Lettere al caro estorsore… vent’anni dopo”. Era l’agosto 1991 quando l’imprenditore Libero Grassi veniva assassinato dopo una battaglia coraggiosa e solitaria contro l’estorsione, l’usura, il pizzo. Pochi mesi prima aveva scritto la sua “lettera al caro estorsore”. Venti anni dopo un libro raccoglie le nuove “lettere” scritte da giovani studenti che raccolgono il prezioso testimone lasciato dal commerciante siciliano. Scrive Arianna Tascone, classe 5a B, L.S.T. “E.Mattei di Vasto (Chieti): “Caro estorsore… proprio ieri stavo contando i soldi da darti e per sbaglio mi sono tagliata con un foglio. Il sangue ha bagnato una delle banconote e io sono rimasta a fissarlo a lungo. Era sangue mio, rosso acceso e lo vedevo contrastare col colore sbiadito dei centro Euro. Un’immagine terribile, ma era solo la facciata di ciò che fino a quel momento era rimasto invisibile, nascosto nella filigrana. Tutte le banconote che i ho dato finora erano apparentemente pulite, eppure nel momento in cui entravano nella tua tasca si bagnavano di sangue. Non certo tuo, nè mio. Era il sangue innocente di tutte quelle persone che si sono ribellate e hanno voluto credere nella giustizia”.