Volevo scrivere qualcosa sul Governo Monti, ma non ha più senso. Condivido gli articoli di stamani di Padellaro e Travaglio.

Mi piace e non mi piace. Mi piace il senso di liberazione per non avere più quelli lì al governo. Non mi piacciono gli enormi conflitti di interessi (vecchi e nuovi).

Mi piace la “sobrietà”, parola comunque e ultimamente abusata. Non mi piace che siamo così ridotti alla canna del gas da esultare per il ritorno della Dc e per neo-ministri (Corrado Clini) che oggi ha detto a Un giorno da pecora: «Ritorno al nucleare? Sì, a certe condizioni. Ponte sullo stretto? Sì. Tav? Sì». Cominciamo bene.

Mi piace che peggio di prima non si potrà andare (forse). Non mi piace che la teoria del menopeggismo sia trasversalmente condivisa e generi i puntuali peana dei Francesco Merlo.
Non mi piace Casini che esulta. Non mi piace Franceschini che dice: “Meglio di così non era possibile” (sempre svegli, nel Pd). E non mi piace – per niente –  il presidente Napolitano che tesse le lodi sperticate di Gianni Letta.

C’è però un’altra cosa che mi ha colpito. Da più parti, ad esempio Alessandro Gilioli o Mario Adinolfi, hanno lamentato l’età media del nuovo esecutivo. E’ vero, è un governo vecchio, che viaggia quasi sui 70 anni cadauno. Non un bel segnale.
Il ricambio generazionale, in Italia, è uno dei grandi assenti. Ora perché i figli sono molto peggio dei padri (o nonni) e ora perché i padri (o nonni) non mollano la presa. E’ così ovunque, anche e soprattutto nel giornalismo, con cariatidi e salme pennute in pensione (anzitutto mentale) da almeno trent’anni eppure lì. Inamovibili.

Il problema è reale e drammatico. Il Governo Monti lo certifica una volta di più.

Al tempo stesso, sarebbe l’ora di finirla con il mantra acritico del “largo ai giovani. Essere giovani non è di per sé una dote. E’ un po’ come le “quote rosa obbligatorie”: un’emerita sciocchezza. Non è che tu fai il ministro perché donna: lo fai perché sei brava.

L’elemento distintivo deve (dovrebbe) essere il merito. Non la data di nascita. Anche perché, finora, i giovani virgulti della new politics sembrano più che altro giovani vecchi: eterne promesse con un folgorante futuro alle loro spalle. E gli stessi difetti dei predecessori.
Se i “ggggiovani” depositari del ricambio sono Renzi e Trota, Gelmini e Serracchiani, Meloni e Carfagna, Cota e Salvini, con tutto il rispetto per i giovanilisti a oltranza, mi tengo il Centro Anziani della Bocconi.