Lunedì prossimo, 20 novembre, chiuderà i battenti il museo della memoria di Sant’ Anna di Stazzema, uno dei  santuari laici della Repubblica, realizzato per ricordare  una delle più sanguinose stragi compiute dai nazisti prima della definitiva ritirata.

Decine e decine di  donne e di uomini furono massacrati per rappresaglia con una ferocia che aveva e ha ben pochi precedenti.

Quella comunità non ha mai voluto dimenticare, non ha accettato l’inganno di una pacificazione intesa come oblio delle responsabilità, e per questo non solo ha sempre onorato le proprie vittime, ma ha anche realizzato un museo che è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia mantenere vivo il ricordo non solo di  quell’eccidio, ma anche della faticosa riconquista dei diritti civili e umani, una riconquista  che si è materializzata nella carta costituzionale.

Non casualmente, dentro quelle stanze, tra fotografie e ricostruzioni, sono passate  migliaia di persone non solo per testimoniare la riconoscenza  dei figli e dei nipoti verso  quei martiri, ma anche per scoprire una delle fronti della Repubblica democratica, nata dalla lotta di liberazione e dall’antifascismo.

Ora, come hanno denunciato gli enti locali, gli animatori del museo e l’Anpi (l’associazione  dei partigiani), quei locali rischiano di essere chiusi perché il ministero dei beni culturali non ha inserito  il museo di Sant’Anna tra quelli che  riceveranno il consueto  contributo.

Il taglio dei 50 mila euro previsti significa la morte per il museo di Sant’Anna: da qui la decisione, in segno di protesta, di chiuderlo a partire da lunedì prossimo. Per queste ragioni chiederemo al nuovo governo, come primissimo atto, di procedere a questo stanziamento, di impedire che si consumi questo oltraggio alla memoria collettiva.

Sarebbe sia un piccolo gesto dal punto di vista economico, sarebbe un atto di immenso significato civile. Un governo che annuncia “forte discontinuità” (quanto e come lo vedremo) potrebbe avviare il  suo cammino con una scelta di “forte discontinuità” rispetto a chi, anche  nel recente passato, ha persino tentato di cancellare dal calendario delle festività civili la data del 25 aprile.