“Sto benissimo, sono stato al Festival di Roma, poi a Padova, a Mosca e ieri a Fermo per presentare Il cuore grande delle ragazze. Parole di Pupi Avati, intervenuto nella trasmissione radiofonica romana Il Sollazzo del Pappagallo, condotta da Emilio Pappagallo e Boris Sollazzo. Le prime frasi in pubblico dopo un lungo silenzio seguito al ricovero per un malore avvenuto il 1 novembre durante la presentazione del documentario L’illazione al Festival di Roma.

“Questo piccolo incidente – ha rassicurato il regista – è stato causato dall’emozione per aver evocato la figura di Lelio Luttazzi. Ho avuto la sensazione di avere un infarto, ma fortunatamente non era niente di grave”.

Certo è che ripresosi dall’ “incidente” che non gli ha permesso di presenziare al red carpet della presentazione ufficiale del suo ultimo film alla kermesse romana, Avati ha dimenticato una tappa essenziale, soprattutto in termini di risultati al botteghino, come la sua vecchia cara Bologna.

Padova, Mosca, Fermo, mentre i bolognesi portici di via Saragozza non sono pervenuti. Si vociferava una data a Sant’Agata Bolognese il 16 novembre per salutare il pubblico, ma non è ancora stato confermato nulla. Fatto sta che Avati ha saltato il giro e a memoria di chi segue la sua lunga carriera da almeno un ventennio non è mai accaduto.

Nulla di scandaloso, ma il dato di cronaca è sensibile e al di là di una normalissima scelta personale rifulge un chiaro elemento simbolico. Il cordone ombelicale con Bologna nel tempo si è andato via via restringendo fin quasi a scomparire.

Celebri rimangono le polemiche di Avati, in compagnia del fratello Antonio produttore e sceneggiatore della loro società DueA, rispetto all’impossibilità di produrre e riprodurre il ritrattino antico o quasi moderno di quella Bologna e di quella Emilia di campagna, collina e montagna, proprio come ne Il cuore grande delle ragazze, nei luoghi di reale accadimento degli eventi. Gli amici del bar Margherita girato a Cuneo, molti esterni romani per Il papà di Giovanna fino alla difficoltà di vivere quotidianamente nel capoluogo emiliano (Avati dimora tra Roma e una bel casale vicino Perugia) mostrano come si sia chiusa un’epoca iniziata negli anni settanta, momento in cui Avati girava gli inquietanti e atipici horror padani.

Resta da capire, al di là dell’ultimo tassello filmografico (Il cuore grande della ragazze) sospinto in avanti più da un difficile rapporto quasi patologico e isterico con le donne da parte del protagonista maschile che da qualsiasi altra urgenza poetica, cosa ne sarà di una tradizione produttiva del fare cinema a Bologna che Avati, volente o nolente, ha finito per rappresentare sull’intero territorio nazionale.

Recenti le polemiche di Massimo Martelli, regista di Bar Sport, per il mancato supporto della Bologna Film Commission al suo film. Nonché curioso è il caso di un talento come Giorgio Diritti che per L’uomo che verrà è dovuto ricorrere a molte location appenniniche toscane, per essere finanziato con attenzione da una film commission regionale non emiliano romagnola, e che ora ha iniziato a girare il nuovo film in Brasile lontano perfino dall’Italia.

A Bologna e in Emilia Romagna non si produce più fiction cinematografica e l’orizzonte con a fianco ben avviate realtà come Piemonte, Friuli, Apulia e Lazio Film Commission, non sembra essere più roseo: non tanto per un regista consolidato come Avati (che oltretutto basa un terzo delle sue entrate dagli spettatori emiliano romagnoli), quanto per qualsiasi sparuto esordiente.